aforista

Navigando tra i confini della realtà: una raccolta di racconti.

Stiamo curiosando ancora tra i libri di tanti Autori.

“I sentimenti si fingono. Non per forza in cattiva fede”

Curiosi di leggere come continua?

L’Autore ci ha permesso di sbirciare nel suo libro: “Navigando tra i confini della realtà” e noi ci precipitiamo a  leggere! Trovate l’immagine scorrendo l’articolo.

Navigando tra i confini della realtà  è una raccolta di racconti di Ken Bi. L’estratto in questione è l’incipit de “Lo stratega”.

Buona lettura!

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Ritratto

Il ritratto di Irene Milani. Sfogliamo qualche pagina…

Estratto dal libro “Il ritratto” di Irene Milani, edito da Lettere Animate.

Mi avvicinai al torrente e individuai immediatamente la posizione ideale per mettermi a disegnare: una grande pietra levigata rivolta verso valle. Mi sedetti e posai lo zaino accanto a me. Presi l’occorrente e iniziai a fare qualche schizzo: il paesaggio lontano, con il paese e l’Avisio, la radura, un albero che mostrava i primi segni della primavera… (altro…)

le chiavi del paradiso

Non ti meriti niente. Scopriamo cosa possiamo trovare all’interno di questo libro.

“Diffidate” è  un piccolo assaggio di quello che potrete trovare nel libro completo di  Mithraglia. Non ti meriti niente.

Diffidate!

Per un attimo
provi a dargli un senso
che sia il lavoro
o tirare su una famiglia
anche avere degli amici
o una comitiva che ti apprezzi
e parli bene di te
in qualche altra comitiva
e poi ti aspetti
che da un momento all’altro
qualcuno ti fotta
quando la vita diventa
quella di tutti i giorni
Giri su te stesso
e resti fermo
troppo stanco per le soluzioni (altro…)

le chiavi del paradiso

Le chiavi del Paradiso…curiosando tra le pagine.

Le chiavi del paradiso.

Non era mai stato un tipo da smoking. Le formalità, le etichette, le scontate riseghe della società lo lasciavano annoiato e schifato. Ma, infondo, cosa non si fa per amore? Nulla di eclatante. Delle scarpe da sera, quanto di meno sportivo aveva nella scarpiera. Un paio di jeans neri, una camicia ed una giacca. Semplice. Dinanzi un locale, il loro locale, quello in cui avevano passato la maggior parte degli anniversari e dei compleanni. Tutti lo conoscevano all’interno, a partire dal cuoco fino all’ultimo dei camerieri.

-Il solito tavolo? -Si, grazie

Sorrise ebete, annuendo lieve alle parole del cameriere che; sorridendogli, lo accompagnava nello stesso tavolo che usava sedere da cinque anni a questa parte. Prese posto con calma, iniziando a guardarsi attorno. Era in perfetto orario, come quasi sempre. Lei si sarebbe fatta attendere, ritardataria cronica, come sempre.

“Chissà quanto mi farà aspettare oggi. Di solito non scende sotto la mezz’ora. Ma vabbè, fosse per mezz’ora posso aspettare tranquillamente” (altro…)

Senza scontrino non si esce

Senza scontrino non si esce: Flavia Todisco ci fa curiosare tra le pagine del suo libro.

Senza scontrino non si esce è un libro di Flavia Todisco, edito da Robin Edizioni.


 

“Tutti sospesi, tutti di fronte a un salto, come giocolieri e saltimbanchi, una piroetta…et voilà nuovamente sul palcoscenico della vita”.


 

Vi state chiedendo di cosa tratta Senza scontrino non si esce, meraviglioso libro di Flavia Todisco?

Ve lo sveliamo subito! (altro…)

il bivio

Tra le pagine del libro…Il Bivio

Il Bivio

“Si guardò intorno: il posto, gli odori e la musica erano quelli di sempre. Forse sarebbe dovuta salire sul tavolo e urlare a tutti che Caroline non avrebbe mai più riso delle sue battute, né assaggiato alcuna crêpe… ma non sarebbe importato a nessuno.

Le avrebbero tutt’al più fatto notare la presunzione nel suo dolore: ogni piastrella scolorita di quel pavimento era stata consumata dal peso di un esercito di persone morte e sepolte. Era un dato di fatto; ma a lei, di tutta quella gente, non importava nulla.”

“Il loro primo bacio fu su un ponte di pietra del “Naviglio Grande”, dopo una cena ad “alto tasso di romanticismo”. Il periodo era pressappoco questo e le luci natalizie stese da una sponda all’altra del canale si erano rivelate una cornice perfetta per il loro nascente amore.

Ripensò alla carnagione scura del suo corpo, alla prima volta che l’aveva vista nuda.

Cercò d’immaginarsela ora, scheletrita dal tumore, con la pelle color cera dei morti… stesa in una cassa di legno a trentadue anni.” (altro…)

ilaria pasqua

Sfogliamo qualche pagina del libro CHI MI AMA MI SEGUA

Estratto da Chi mi ama mi segua.

“Ogni domenica che si rispetti termina sempre con un lunedì” , penso,mentre la sveglia suona insistente da circa dieci minuti.
Ok, lo ammetto: presentarmi a voi con il primo pensiero che mi
balena in testa non mi sembra una trovata geniale, ma sfido chiunque a essere originali alle sei del mattino con un trillo impertinente che ti trapana il cervello.
Tutti i lunedì la stessa storia. Dopo una serata da sballo in discoteca, mi sento come un pulcino schiacciato da un cingolato e vorrei oziare ancora un po’ , per cui tento di girarmi dall’altra parte, coprendomi le orecchie con il cuscino; ma d’improvviso il cassetto del comodino si anima, diffondendo nella stanza la melodia militaresca del cellulare. Quest’idea balzana di impostarne automaticamente l’accensione dieci minuti dopo la sveglia è stata di Anita. Sarà pure la persona che mi conosce di più al mondo, ma ogni mattina saluto la sua foto con una maledizione, poi mi rassegno, (altro…)

aforista

L’AMORE E’ UN’ALTRA COSA di Katia Anelli.

L’amore è un’altra cosa.

“Qual è Silvia, tra le tue innumerevoli cugine?” le chiede Davide, aggrottando la fronte.

“Quella che studia archeologia”, gli risponde lei.

“Ah, quella bruttina che ha il culone grosso e ti assomiglia un po’?”

Oh buon Gesù, aiutaci tu!

“Come hai detto scusa?” gli chiede Alessia, fingendo di non aver sentito.

“Ho detto che ho capito chi è Silvia tra le tue cugine”

“Si, ma poi hai detto qualcosa a proposito del fatto che ci assomigliamo”, lo rimbecca lei.

“In effetti avete lineamenti simili, si”

“Hai detto anche che ha un culo enorme”, continua lei.

“Si, ammetterai che ha un gran posteriore”, conferma lui. Alessia socchiude gli occhi, e si alza incrociando le braccia, pessimo segnale.

“Quindi se per te Silvia ha un culo enorme e mi assomiglia vuol dire che pensi che anch’io abbia un culo enorme?”, gli domanda

“No, amore, intendevo solo dire che Silvia non è particolarmente bella”

“Fammi capire, pensi che mia cugina sia un cesso, abbia un culo che è una porta aerei e che mi somigli?”

“Amore, ho solo detto che me la ricordo perché avete lineamenti simili e che lei ha un sedere importante”

“Perché mi stai fissando il culo?”

“Non lo so, stiamo parlando di culi, mi sarà cascato l’occhio”, “E cosa ne pensi del mio sedere?” chiede, di nuovo, lei. (altro…)

ilaria pasqua

Due estratti da due libri di Ilaria Pasqua.

Ilaria Pasqua è l’autrice di questi due libri. Leggiamo insieme degli estratti.
Il primo è tratto da “Il giardino degli aranci – Il mondo di nebbia”:
Capitolo 1È la paura che li tiene legati qui.“È solo la paura. Non siamo noi” disse il Primo Sacerdote mentre osservava dall’alto le lunghe mura che circondavano quella città incantata.

“La nostra stessa paura” aggiunsero gli altri quattro all’unisono, nascosti nei loro mantelli. Una lieve brezza agitava i tessuti che li circondava e li avviluppava, rendendoli prigionieri.

Si sentì una voce, poi due che dicevano: “Non puoi restare, non devi restare.Trova la strada”.

Con questa frase nelle orecchie, Aria aprì gli occhi. Come ogni mattina le mancava il respiro. Quel suo incubo che la assillava da settimane, forse da mesi, ormai aveva perso la cognizione del tempo, non era spaventoso in sé, ma l’atmosfera, così come le sensazioni che emanava, le toglievano il fiato.

Percepiva il buio, appiccicoso e profondo, come se ogni notte, e poi ogni mattina, lei allungasse il collo all’interno di un pozzo scuro e cercasse di scrutare una luce che non c’era. Eppure continuava a cercare, sperando che quel buio si dipanasse, per risolvere quel mistero del suo inconscio. Perché era il suo inconscio, supponeva, che dava vita a quell’incubo.

“Chi altro?” si disse stropicciandosi gli occhi e scalciando con le gambe le coperte dalle lenzuola. Non si alzò per molti minuti, rimase a occhi chiusi in silenzio, calmando il respiro e concentrandosi solo su questo. Sapeva che intorno a lei il suo incubo stava già prendendo forma. Quando li riaprì, trovò vicino ai suoi piedi un procione che fluttuava, una piccola nuvola d’inquietudine. Non capiva ancora perché i suoi incubi assumessero quella ridicola forma.

“Stupido procione” urlò lanciandogli contro le coperte. Aria non riusciva neanche a guardarlo, gli occhi del procione erano due fessure buie e inconsistenti, due caverne in cui temeva di scorgere ogni sua bruttura.

Si alzò dal letto e inciampò in una scarpa che era rimasta in mezzo alla stanza. Davanti al letto, la scrivania era stracolma di libri, fogli, disegni scarabocchiati e altri più complessi. Sulla destra, poco sotto una piccola finestra che si apriva in cima alla parete, vi era una tela appena iniziata, solo uno schizzo nero su un fondo bianco, che non aveva ancora alcun significato.

Aria andò in bagno trascinandosi dietro il suo incubo. Una volta che il suo turbamento assumeva quella forma era impossibile fargliela cambiare. Ogni mattina si ritrovava in compagnia di quel procione, qualunque incubo avesse avuto. Le metteva angoscia essere

seguita da quella nuvola nera, ma non poteva liberarsene, era legato a lei e, con il tempo, non aveva potuto far altro che abituarsi alla sua presenza. Non aveva sentimenti, né vita. Era un prolungamento dei suoi pensieri notturni, nient’altro. Era una parte di lei, elaborata dal suo inconscio.

“Perché dargli peso?” si ripeteva ogni mattina. Eppure sembrava molto più di così, gli altri non se ne accorgevano, ma lei sì.

Gli incubi erano qualcosa di inconsistente e allo stesso tempo di materiale, ogni mattina le sembrava di partorire una nuova inquietante verità, di tagliare a fette la sua mente, le sue ansie, e servirle su un piatto ben visibile a tutti, per poi gettare ogni cosa via. Si sentiva divorata da quelle assenze, un giorno dopo l’altro, ma ancora non l’aveva compreso a fondo.

Era un prolungamento, certo, ma di se stessa, non solo un pensiero, ma un altro braccio, una gamba, una parte della sua carne.

S’infilò nel box doccia colpendo per sbaglio il vetro scorrevole, che oscillò pericolosamente facendo un brutto suono, le accadeva ogni mattina involontariamente, non riusciva mai a ricordare di stare attenta. Si lavò i capelli neri con lo shampoo alla vaniglia, se li asciugò rapidamente e, una volta tornata nella sua stanza, si infilò un paio di jeans e una camicia comoda. Raccolse da terra lo zaino e andò in cucina con passo trascinato.

“Ciao”, salutò con voce fiacca.

“Ciao raggio di sole. Come al solito di buonumore” disse sua madre che aveva già fatto colazione, si era appena infilata una giacca nera pronta per uscire.

“Che ci vuoi fare, non tutti sono mattinieri come te” rispose sedendosi al tavolo e spalmando un generoso strato di marmellata alla fragola su una fetta biscottata.

“Su, tesoro, cerca di sbrigarti”. La madre le piazzò un bel bacio sulla fronte proprio come la ragazza odiava di più.

“Mamma, dai” sbuffò scostandosi.

“Se non ne approfitto quando sei mezza addormentata, quando altro posso farlo?” ridacchiò lei, poi fece segno alla figlia di pulirsi la fronte. “Rossetto” disse, poi sorrise e uscì.

Aria sentì i suoi passi risuonare nel piccolo corridoio che separava la cucina e le altre poche stanze, dalla porta d’ingresso. Infine il rumore secco della porta che si aprì cigolando, e il tentativo della madre di chiuderla delicatamente.

“Le buone maniere non sono di casa” disse Aria ridacchiando, con il suo incubo sempre ben attaccato alla gamba. La mamma neanche si accorge più della sua presenza, pensò lei buttando giù l’ultimo pezzo di fetta biscottata.

Dal frigorifero tirò fuori la bottiglia di latte e scrollò le spalle bevendo a canna. Se avesse preso un bicchiere, avrebbe dovuto lavarlo, per questo preferì bere direttamente dalla bottiglia.

“Figurarsi”, si disse rimettendo il latte al suo posto e chiudendo lo sportello con energia. “Andiamo, fra poco ci sarà il tuo sacrificio”, disse con tono seccato, odiava quel rito mattutino, e ancor più stupido le sembrava mettersi a parlare con quell’animale di fumo. Eppure non riusciva mai ad ignorarlo. Spesso si fermava a fissarlo sperando che quell’essere l’aiutasse a risolvere l’enigma. Quella voce familiare che le diceva di non rimanere lì, non riusciva a identificarla.

Non esiste nient’altro che questo posto, dove altro potrei mai andare? disse lei tentando di dare una reale forma a quella frase.

Perché quella persona continuava ad assillare le sue notti?


Il secondo estratto è tratto da Il nostro gioco (Leucotea Edizioni)

CAPITOLO I

«Corri! Corri!» Urlai a Flaminia che continuava a rallentare, non riuscii a trattenermi, non riuscivo a stare al gioco. Avevo troppa paura che ci prendessero. Poi mi voltai verso mia sorella e vidi il suo volto contratto dai dubbi, la bocca storta come se stesse per piangere. E allora mi fermai e iniziai a ridere a crepapelle, «che faccia scema» le sussurrai alle orecchie stringendo il pacchetto che avevo raccolto dietro il divano, era lì da giorni, «non vuoi vincere? Se non corri lo farò io!» Dissi lasciandola andare, sulla sua faccia comparve di nuovo il sor- riso, strinse i pugnetti e corse non per paura di essere catturata, come facevo io, ma solo per battere suo fratello. Solo per tagliare il traguardo per prima. Ricordo i suoi codini rimbalzarle sulla testa, nostra madre mentre li stringeva con attenzione perché sapeva che in dieci minuti, con la sua esuberanza, avrebbe finito per scioglierli. Ma li faceva comunque, ogni mattina.

Ogni giorno fingeva, compresi solo in quel momento, aveva paura quanto noi eppure sorrideva sempre. Così feci lo stesso anche io e continuai ad incitare mia sorella col sorriso sulle labbra.

Era il 16 ottobre del 1943, il giorno preciso in cui la mia famiglia venne distrutta. (altro…)