qualcosa non torna

Uno sguardo al libro…QUALCOSA NON TORNA.

Qualcosa non torna.

Religione, paranormale religioso, paranormale in generale; temi di grande attrazione in grado di accendere dibattiti infuocati e dal fascino irresistibile. L’inspiegabile, l’ignoto, il divino, dobbiamo solo arrenderci all’evidenza? Si può uscire dall’angolo stretto del ring dell’irrazionale?
La contromossa è in questo libro perché anche quando sembra che non ci sia via di uscita, la logica ci aiuta. È il pensiero che va oltre le apparenze per uscire dall’angolo ogni volta che provano a raccontarci le loro apparenti, inspiegabili verità. Troppe cose ancora oggi sembrano quello che non sono ma non possiamo fermarci qui, possiamo invece provare a riflettere e cercare di capire qualcosa in più, non solo per cambiare opinione ma anche rafforzare quella che abbiamo. Mettiamo alla prova quello in cui crediamo e faremo un cambiamento di nuova generazione.
Un libro unico, scioccante, coraggioso e ironicamente spietato. (altro…)

una settimana in rosa

UNA SETTIMANA IN ROSA di Arianna Raimondi

In città, tutti temevano Jacob. Era un uomo avaro e crudele che traeva soddisfazione dalle disgrazie altrui.

“Cuore di ghiaccio”, ecco come lo chiamavano tutti, e se per caso vedevano Jacob passare lungo il loro cammino cercavano di ignorarlo, o cambiavano strada se possibile.

Era un uomo di bell’aspetto: alto, capelli mori e ricci, qualche segno di barba in crescita e uno sguardo profondo e penetrante, come se potesse vedere dritto fino al tuo cuore. Lo stesso non si poteva dire del suo carattere, che, superficiale e cattivo com’era, annullava il piacere del suo bell’aspetto.

Quando Jacob era solo un bambino, tutto era diverso: il suo cuore era puro come quello di un angelo e con il suo sorriso illuminava le giornate di chiunque avesse la fortuna di vederlo. Era un bambino talmente altruista  che il suo unico desiderio era quello di poter cambiare il mondo ed aiutare i bisognosi.

A cinque anni, Jacob scrisse la sua prima letterina per Babbo Natale:

“Caro Babbo Natale,

Mi hanno detto che tu sei in grado di fare grandi cose, e che il tuo cuore è puro. Anche il mio lo è. Perciò, per questo Natale voglio che tu faccia qualcosa per me: io ho già tutto quello che desidero, ma vorrei che per un giorno il mondo fosse migliore e che tutti fossero felici e gentili.” (altro…)

aforista

L’AMORE E’ UN’ALTRA COSA di Katia Anelli.

L’amore è un’altra cosa.

“Qual è Silvia, tra le tue innumerevoli cugine?” le chiede Davide, aggrottando la fronte.

“Quella che studia archeologia”, gli risponde lei.

“Ah, quella bruttina che ha il culone grosso e ti assomiglia un po’?”

Oh buon Gesù, aiutaci tu!

“Come hai detto scusa?” gli chiede Alessia, fingendo di non aver sentito.

“Ho detto che ho capito chi è Silvia tra le tue cugine”

“Si, ma poi hai detto qualcosa a proposito del fatto che ci assomigliamo”, lo rimbecca lei.

“In effetti avete lineamenti simili, si”

“Hai detto anche che ha un culo enorme”, continua lei.

“Si, ammetterai che ha un gran posteriore”, conferma lui. Alessia socchiude gli occhi, e si alza incrociando le braccia, pessimo segnale.

“Quindi se per te Silvia ha un culo enorme e mi assomiglia vuol dire che pensi che anch’io abbia un culo enorme?”, gli domanda

“No, amore, intendevo solo dire che Silvia non è particolarmente bella”

“Fammi capire, pensi che mia cugina sia un cesso, abbia un culo che è una porta aerei e che mi somigli?”

“Amore, ho solo detto che me la ricordo perché avete lineamenti simili e che lei ha un sedere importante”

“Perché mi stai fissando il culo?”

“Non lo so, stiamo parlando di culi, mi sarà cascato l’occhio”, “E cosa ne pensi del mio sedere?” chiede, di nuovo, lei. (altro…)

ilaria pasqua

Due estratti da due libri di Ilaria Pasqua.

Ilaria Pasqua è l’autrice di questi due libri. Leggiamo insieme degli estratti.
Il primo è tratto da “Il giardino degli aranci – Il mondo di nebbia”:
Capitolo 1È la paura che li tiene legati qui.“È solo la paura. Non siamo noi” disse il Primo Sacerdote mentre osservava dall’alto le lunghe mura che circondavano quella città incantata.

“La nostra stessa paura” aggiunsero gli altri quattro all’unisono, nascosti nei loro mantelli. Una lieve brezza agitava i tessuti che li circondava e li avviluppava, rendendoli prigionieri.

Si sentì una voce, poi due che dicevano: “Non puoi restare, non devi restare.Trova la strada”.

Con questa frase nelle orecchie, Aria aprì gli occhi. Come ogni mattina le mancava il respiro. Quel suo incubo che la assillava da settimane, forse da mesi, ormai aveva perso la cognizione del tempo, non era spaventoso in sé, ma l’atmosfera, così come le sensazioni che emanava, le toglievano il fiato.

Percepiva il buio, appiccicoso e profondo, come se ogni notte, e poi ogni mattina, lei allungasse il collo all’interno di un pozzo scuro e cercasse di scrutare una luce che non c’era. Eppure continuava a cercare, sperando che quel buio si dipanasse, per risolvere quel mistero del suo inconscio. Perché era il suo inconscio, supponeva, che dava vita a quell’incubo.

“Chi altro?” si disse stropicciandosi gli occhi e scalciando con le gambe le coperte dalle lenzuola. Non si alzò per molti minuti, rimase a occhi chiusi in silenzio, calmando il respiro e concentrandosi solo su questo. Sapeva che intorno a lei il suo incubo stava già prendendo forma. Quando li riaprì, trovò vicino ai suoi piedi un procione che fluttuava, una piccola nuvola d’inquietudine. Non capiva ancora perché i suoi incubi assumessero quella ridicola forma.

“Stupido procione” urlò lanciandogli contro le coperte. Aria non riusciva neanche a guardarlo, gli occhi del procione erano due fessure buie e inconsistenti, due caverne in cui temeva di scorgere ogni sua bruttura.

Si alzò dal letto e inciampò in una scarpa che era rimasta in mezzo alla stanza. Davanti al letto, la scrivania era stracolma di libri, fogli, disegni scarabocchiati e altri più complessi. Sulla destra, poco sotto una piccola finestra che si apriva in cima alla parete, vi era una tela appena iniziata, solo uno schizzo nero su un fondo bianco, che non aveva ancora alcun significato.

Aria andò in bagno trascinandosi dietro il suo incubo. Una volta che il suo turbamento assumeva quella forma era impossibile fargliela cambiare. Ogni mattina si ritrovava in compagnia di quel procione, qualunque incubo avesse avuto. Le metteva angoscia essere

seguita da quella nuvola nera, ma non poteva liberarsene, era legato a lei e, con il tempo, non aveva potuto far altro che abituarsi alla sua presenza. Non aveva sentimenti, né vita. Era un prolungamento dei suoi pensieri notturni, nient’altro. Era una parte di lei, elaborata dal suo inconscio.

“Perché dargli peso?” si ripeteva ogni mattina. Eppure sembrava molto più di così, gli altri non se ne accorgevano, ma lei sì.

Gli incubi erano qualcosa di inconsistente e allo stesso tempo di materiale, ogni mattina le sembrava di partorire una nuova inquietante verità, di tagliare a fette la sua mente, le sue ansie, e servirle su un piatto ben visibile a tutti, per poi gettare ogni cosa via. Si sentiva divorata da quelle assenze, un giorno dopo l’altro, ma ancora non l’aveva compreso a fondo.

Era un prolungamento, certo, ma di se stessa, non solo un pensiero, ma un altro braccio, una gamba, una parte della sua carne.

S’infilò nel box doccia colpendo per sbaglio il vetro scorrevole, che oscillò pericolosamente facendo un brutto suono, le accadeva ogni mattina involontariamente, non riusciva mai a ricordare di stare attenta. Si lavò i capelli neri con lo shampoo alla vaniglia, se li asciugò rapidamente e, una volta tornata nella sua stanza, si infilò un paio di jeans e una camicia comoda. Raccolse da terra lo zaino e andò in cucina con passo trascinato.

“Ciao”, salutò con voce fiacca.

“Ciao raggio di sole. Come al solito di buonumore” disse sua madre che aveva già fatto colazione, si era appena infilata una giacca nera pronta per uscire.

“Che ci vuoi fare, non tutti sono mattinieri come te” rispose sedendosi al tavolo e spalmando un generoso strato di marmellata alla fragola su una fetta biscottata.

“Su, tesoro, cerca di sbrigarti”. La madre le piazzò un bel bacio sulla fronte proprio come la ragazza odiava di più.

“Mamma, dai” sbuffò scostandosi.

“Se non ne approfitto quando sei mezza addormentata, quando altro posso farlo?” ridacchiò lei, poi fece segno alla figlia di pulirsi la fronte. “Rossetto” disse, poi sorrise e uscì.

Aria sentì i suoi passi risuonare nel piccolo corridoio che separava la cucina e le altre poche stanze, dalla porta d’ingresso. Infine il rumore secco della porta che si aprì cigolando, e il tentativo della madre di chiuderla delicatamente.

“Le buone maniere non sono di casa” disse Aria ridacchiando, con il suo incubo sempre ben attaccato alla gamba. La mamma neanche si accorge più della sua presenza, pensò lei buttando giù l’ultimo pezzo di fetta biscottata.

Dal frigorifero tirò fuori la bottiglia di latte e scrollò le spalle bevendo a canna. Se avesse preso un bicchiere, avrebbe dovuto lavarlo, per questo preferì bere direttamente dalla bottiglia.

“Figurarsi”, si disse rimettendo il latte al suo posto e chiudendo lo sportello con energia. “Andiamo, fra poco ci sarà il tuo sacrificio”, disse con tono seccato, odiava quel rito mattutino, e ancor più stupido le sembrava mettersi a parlare con quell’animale di fumo. Eppure non riusciva mai ad ignorarlo. Spesso si fermava a fissarlo sperando che quell’essere l’aiutasse a risolvere l’enigma. Quella voce familiare che le diceva di non rimanere lì, non riusciva a identificarla.

Non esiste nient’altro che questo posto, dove altro potrei mai andare? disse lei tentando di dare una reale forma a quella frase.

Perché quella persona continuava ad assillare le sue notti?


Il secondo estratto è tratto da Il nostro gioco (Leucotea Edizioni)

CAPITOLO I

«Corri! Corri!» Urlai a Flaminia che continuava a rallentare, non riuscii a trattenermi, non riuscivo a stare al gioco. Avevo troppa paura che ci prendessero. Poi mi voltai verso mia sorella e vidi il suo volto contratto dai dubbi, la bocca storta come se stesse per piangere. E allora mi fermai e iniziai a ridere a crepapelle, «che faccia scema» le sussurrai alle orecchie stringendo il pacchetto che avevo raccolto dietro il divano, era lì da giorni, «non vuoi vincere? Se non corri lo farò io!» Dissi lasciandola andare, sulla sua faccia comparve di nuovo il sor- riso, strinse i pugnetti e corse non per paura di essere catturata, come facevo io, ma solo per battere suo fratello. Solo per tagliare il traguardo per prima. Ricordo i suoi codini rimbalzarle sulla testa, nostra madre mentre li stringeva con attenzione perché sapeva che in dieci minuti, con la sua esuberanza, avrebbe finito per scioglierli. Ma li faceva comunque, ogni mattina.

Ogni giorno fingeva, compresi solo in quel momento, aveva paura quanto noi eppure sorrideva sempre. Così feci lo stesso anche io e continuai ad incitare mia sorella col sorriso sulle labbra.

Era il 16 ottobre del 1943, il giorno preciso in cui la mia famiglia venne distrutta. (altro…)

COP.eb.il sole scuro

Sfogliamo qualche pagina de…Il sole scuro di Irene Barbagallo.

Il sole scuro.
«Mi chiamo Stefano. E tu?».
«Giada».
I piccoli sorsi scendono come affluenti di lava che la raggiungono ovunque, fili intessuti di una ragnatela che si espande. Stefano riempie i calici due, tre, quattro volte. Continuano a ballare con i cristalli tra le mani che si scontrano. Anche i loro corpi si scontrano, si toccano, sempre più vicini. Poi lui la spinge verso i ragazzi che stanno fumando.
«Siediti qui, vicino a me».
Gli altri fanno spazio e l’aria si svuota di dettagli, di immagini, diventa chiara e brillante. Le passano la canna e lei li imita, come un bambino che impara a fare una cosa nuova. La testa le gira, dalla pancia sale un rigurgito allegro, lo deglutisce, continua quel gioco che sembra una partita a carte. Senza banco. Nessuno che decida per lei, che la comandi. Sente la testa vuota e si lascia prendere la mano. Il ragazzo la tira dietro di sé. (altro…)

ilaria pasqua

DORANSARA-L’ULTIMO CAVALIERE di Matteo de Nardis.

Doransara-L’ultimo cavaliere.

“Guai!” Esclamò Vardo.
Subito Asandil gli fu a fianco, una freccia già incoccata.
“Là!” Vardo aveva abbassato la mano con la quale si era protetto dal riverbero del sole e ora indicava una scia di polvere che attraversava l’orizzonte.
Asandil strinse gli occhi: tra il turbinare della polvere si distingueva lo scintillare della bardatura di un cavallo da guerra. Anche il cavaliere in groppa al destriero indossava un’armatura da battaglia, di acciaio nero.
Prima che la scia sparisse dietro un’altura, Asandil riuscì a scorgere un secondo cavallo che galoppava appena dietro al primo.
“Gran Signori d’Ebrenthal, si direbbe che abbiano una gran fretta”.
Vardo annuì “E quando gli umani hanno così tanta fretta di andare da qualche parte c’è solo un motivo: sono in cerca di guai!”
“Purtroppo. Aspettiamo il passaggio della scorta?”
“No, il sole è già basso, conviene fare rapporto prima del tramonto. Abbiamo il consenso di attraversare il territorio imperiale, ma ritengo sia meglio non approfittarne”.
I due esploratori elfi lasciarono la lingua di roccia che si affacciava sulla valle e sparirono tra gli alberi. (altro…)

una tentazione particolare

UNA TENTAZIONE PARTICOLARE di Cristoforo De Vivo.

Una tentazione particolare: un libro di Cristoforo De Vivo.

Lentamente mi girai e guardai il suo volto, sorrideva. Mi metteva a disagio. Quando mi arrivò vicino i battiti, sembravano fermarsi per un millesimo di secondo, per poi riprendere a battere forte. Mi alzò il mento ”Guardami” Ripeté con voce autoritaria, ma. dolce. Le sue mani dal viso passarono al collo per entrare nell’accappatoio e con un gesto veloce lo sfilò dal mio corpo. Mi mise al muro, prendendo le mie mani che stavano coprendo il corpo e le fermò su quella superficie piatta e fredda all’altezza della testa. ”T-i Pr-ego. Io” Mi stavo vergognando da matti. Fermò le labbra tenendole occupate con le sue. Pochi secondi dopo mi fissò e sorrise. ”Sei proprio carina, sai? Un bel corpicino” ”Che vuoi fare” Sorrise ancora. ”Entra nella doccia, .!” Mi liberò ed entrai nella doccia, lui mi seguì. La storia narra di un incontro avvenuto in una discoteca tra Marco spogliarellista e Felicita studentessa liceale, Marco, giovane uomo con tanta esperienza alle spalle. Felicita diciassettenne, innocente e inesperta tra loro nascerà presto una passione inaspettata. (altro…)

aforista

Un po’ di… CAOS: un libro di Luca Alessi.

CAOS di Luca Alessi.

Nella contea inglese di Devon, precisamente nella cittadina montana di Talon city, strani omicidi si susseguono a catena. Ogni cadavere presenta un foro nel petto e due v incrociate marchiate sulla fronte. A capo delle indagini si trova lo sceriffo Rudolf Maier, che scosso da un’inquietante visione, rinuncia al caso, lasciando il posto al giovane vicesceriffo Frank Murphy, che nel tentativo di far luce sulla vicenda, si troverà in un vortice di pericoli, intrighi e colpi di scena che lo metteranno a dura prova…

Estratto dal libro Caos:

Estratto 1 (altro…)