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Le vie del mare sono infinite

La storia dei coniugi Gallagher è così travagliata che meriterebbe di essere scritta in un libro, di quelli che raccontano incredibili intrecci di vite e situazioni, una storia per la quale solo il destino sembrava avere chiare le idee.

Entrambi provenienti da famiglie fervidamente cattoliche, Marcus e Melina sono cresciuti insieme, sin dal loro primo incontro nella parrocchia di Saint Mary, situata nella città di Trenton; come amici prima, scoprendo di essere innamorati l’uno dell’altra poi, fino a che le loro strade si sono divise per un certo periodo, durante gli anni trascorsi all’università.

Due anime affini benché diverse: lui dal carattere passionale, esigente e ambizioso, lei con l’indole dell’avventuriera dalla sete insaziabile di scoperta, ma anche compassionevole e mite. Col tempo scoprirono di avere tante cose in comune: l’incanto per il mare, lo studio di nuove culture e usanze in giro per il mondo, il senso dello stile e un certo dono per l’architettura.

Affascinato dagli imponenti grattacieli newyorkesi, Marcus maturò dedicandosi all’ingegneria, la sua fidanzata, invece, un paio d’anni più tardi scelse di studiare medicina, specializzandosi in ginecologia. Malgrado il lieve distacco di età di pochi anni, le differenze di carattere e un numero sempre crescente di amici, la loro fede, unita ai sentimenti sinceri, li teneva saldamente legati. Durante la consueta vita nella Grande Mela, il ragazzo coltivava il collezionismo e il baseball, la sua amata, al contrario, prediligeva le uscite con le amiche e il volontariato. Cavalcando quegli anni tranquilli, tutto sembrava andare secondo i loro progetti, che prevedevano, come tappa finale, la celebrazione di un matrimonio tra le mura di una chiesa cattolica.

Per chiunque potrebbe rivelarsi semplice perdere la via della ragione in qualsiasi momento, ma sono i giovani i bersagli più fragili, coloro i quali abboccano facilmente alle tentazioni da cui i peccatori sono soliti farsi ammaliare. Per questo motivo ci fu anche un tempo in cui Marcus non si negò qualche bottiglia di troppo, quando alla sua carriera da studente capitò di vacillare, e uno durante il quale Melina non seppe dire di no a uno dei suoi “migliori amici”, nel corso di una festa. Niente di irreparabile, tutto sommato, nessun vuoto che la lettura di un passo della Bibbia non potesse colmare, nessuno a parte uno: la perdita di un bambino. Avevano poco più di vent’anni, quando per sbaglio il giovane Gallagher mise incinta, per la prima e unica volta, la sua ragazza. Ma un aborto spontaneo, al secondo mese di gravidanza, fece luce su una grave malformazione che la ragazza accusava alle ovaie, un problema che in futuro si sarebbe rivelato la conseguenza di danni sia fisici che psicologici.

Dopo il matrimonio, poco più che trentenni e con i curriculum in continuo sviluppo, in molti si chiedevano perché la coppia non portasse a termine il passo più significativo di tutti: il concepimento della prole. La signora Gallagher, divenuta dottoressa e impiegata a tempo pieno presso il reparto di ginecologia e ostetricia al New York Hospital, aveva tenuto per sé, con un eccessivo senso di pudore, le problematiche condizioni del suo apparato riproduttivo, a parte il consulto chiesto a George Randall, primario della struttura, il quale, non solo non seppe trovare  alcuna soluzione per agevolare la fertilità della donna, ma ne segnalò oltremodo le pericolose ripercussioni che tale circostanza avrebbe potuto scatenare in futuro con l’avanzamento dell’età.

Melina ripose la sua salute nelle mani di Dio e optò per lasciare tutto così come la natura aveva deciso che fosse. Agli occhi di Randall, apparve come una contraddizione bella e buona, per una che aveva studiato medicina, e le sue scelte cominciavano a travalicare ogni logica.

Nel frattempo, Marcus aveva fatto carriera come capo ingegnere all’interno della Transet Corporation, una società di costruzioni che operava in tutto il mondo, dedita alla realizzazione di edifici e infrastrutture di ogni tipo, sia pubbliche che private.

Un giorno, al termine di una sfarzosa festa di matrimonio, amici e parenti si strinsero attorno alla coppia, nel tentativo di convincerli a tutti i costi ad affrontare una lunga vacanza, in cui impegnarsi a fabbricare un nuovo nascituro; molti dei presenti erano all’oscuro dei problemi della signora Gallagher, e le dicerie, i pettegolezzi, il passaparola sottovoce alle spalle della coppia, avevano fomentato inutili ipotesi di infertilità che infine sfociarono all’assurda colpevolezza imputabile a dei banali fattori di stress. Marcus e Melina si guardarono imbarazzati, sotto le incessanti proposte avanzate perfino dai loro diretti superiori. Nonostante la consapevolezza dei reali ostacoli, però, decisero in ultima istanza di prendersi addirittura un anno sabbatico, per girare in lungo e in largo il Mediterraneo. Gallagher tirò fuori anche la scusa di una finta crisi psicologica della moglie, una giustificazione che non si rivelò del tutto priva di fondamento. A volte, celati segni di depressione si palesavano sul volto rammaricato di Melina, un volto che non aveva mai incontrato la carezza di una piccola manina pallida e morbida nelle tenere fattezze di un pargolo tutto suo. Ma il destino aveva in serbo qualcosa che le avrebbe cambiato per sempre il corso della vita.

All’età di trentotto anni lui e trentacinque lei, i coniugi Gallagher si imbarcarono su un aereo diretto in Francia dove, al porto di Tolone, avrebbero noleggiato un’imponente barca a vela da usare per girare gran parte del Mediterraneo. La vela era una delle grandi passioni che più di tutte li accomunava; di norma, erano soliti noleggiare imbarcazioni solo nei week-end o al massimo per una settimana, da trascorrere alle porte dell’Atlantico, vicino alle coste statunitensi. Stavolta, avevano tutte le intenzioni di superare ogni limite e immaginazione, armati di macchina fotografica e una buona scorta alimentare. Volevano dimenticare per un bel po’ di tempo il traffico cittadino, lo smog, i taxi presi di corsa, i progetti da consegnare entro le date di scadenza dei contratti e le corsie degli ospedali colmi di barelle, neonati strillanti e mamme in preda al delirio, nel momento del parto.

Lasciandosi la primavera alle spalle, Marcus e Melina a solcarono i mari limpidi della Sardegna, scendendo sempre più a sud, nel basso ventre del vecchio continente. Gli scatti della loro reflex catturavano egregiamente le bellezze delle spiagge di Lampedusa colme di turisti, il fascino archeologico di Malta e il richiamo ai tempi mitologici dell’isola di Creta, collezionando, oltretutto, centinaia di tramonti che dipingevano il cielo di rosso e riflettevano i raggi del sole morente sugli enormi specchi d’acqua, tutti intorno all’imbarcazione. Le cornici mozzafiato offerte da quei luoghi intrisi di storia e misticismo, li spingevano sempre di più verso est, dove nel Pireo avrebbero calato gli ormeggi per la  destinazione finale: Atene.

La Grecia si rivelò un toccasana per lo stress che avevano accumulato marito e moglie. Le giornate passate a camminare per l’acropoli, le serate trascorse nelle vesti di turisti, vagando in mezzo ai negozi di souvenir, e le cene intime, al chiaro di luna, li aiutarono a fare il sunto delle loro vite, i traguardi raggiunti, i successi dovuti alle carriere, gli ostacoli, i buoni propositi e gli imprevisti.

Negli occhi di Melina, Marcus leggeva l’incolmabile vuoto che celava dentro il suo spirito di mamma mai affermata; negli sguardi incantati nel nulla, nel timbro della voce, durante la lettura di un passo del Vecchio Testamento, nel fissare imperterrita l’orizzonte del mare e poi di colpo il cielo, come una preghiera silenziosa recitata nella solitudine di donna, privata di un diritto sacro e legittimo. L’ingegnere aveva perfino avanzato l’ipotesi di un’adozione o di qualsiasi altra strada percorribile, affinché un giorno un piccolo cucciolo d’uomo arrivasse tra le braccia della donna che aveva sposato.

«Se Dio esiste, sarà Lui a mandarci un segno» gli rispondeva sempre, la sua consorte. «Sarà Lui a guidarci nella giusta direzione, come ha sempre fatto».

E le preghiere, che ogni notte recitava la donna tra le lenzuola, prima di addormentarsi, sembravano quasi trovare accoglimento in quello che i comuni fedeli sono soliti chiamare “la gloria del Signore”.

Era appena terminato settembre, quando i due irriducibili vacanzieri decisero di invertire la rotta e fare marcia indietro verso la Francia. Presero la saggia decisione di posticipare di una settimana il giorno in cui avrebbero ripreso la via del mare, poiché impetuose raffiche di vento spingevano verso di loro una consistente perturbazione che minacciava l’arrivo di pericolosi temporali.

Prima di prendere il largo verso sud, la barca a vela dei Gallagher fece un giro in mezzo all’arcipelago delle isole Egee, per permettere ai coniugi di fare altri fenomenali scatti da custodire come ricordi. All’improvviso, guardando in direzione nord, verso Mykonos, l’obiettivo della fotocamera di Melina scorse la sagoma di un’imbarcazione alla deriva, in balia delle correnti.

In un primo momento, il marito tentò di farla desistere dal voler prestare soccorso, sostenendo che probabilmente si trattava di un abbaglio creato dai giochi di luce nell’acqua, ma il sesto senso della dottoressa le suggerì, anzi, le impose di cambiare rotta e dirigersi in quella direzione.

La caparbietà della donna si rivelò propiziatoria, quasi come se una voce dentro di lei indicasse dove trovare il suo destino. A poche miglia nautiche di distanza, un gommone in pessimo stato galleggiava a malapena sopra il livello del mare. A bordo del relitto, c’erano solo un paio di cadaveri, tra cui una donna che teneva in grembo un bambino ancora in fasce.

L’immagine appariva sconcertante e drammatica, di fronte allo sguardo attonito dei Gallagher. Le condizioni in cui versava il natante portavano a credere che il gommone doveva trasportare, in realtà, molte altre persone, sicuramente profughi siriani, che dalla Turchia si erano avventurati per mare, nel tentativo di sfuggire alla guerra e cercare asilo politico in Europa. Tutte vittime che non sarebbero mai arrivate a vedere la terra ferma, a parte un bambino, poco più che neonato, che Melina aveva strappato dalle mani della donna priva di vita, assieme a un ciondolo rettangolare, dove erano incise alcune citazioni del Corano.

«Cosa diavolo credi di fare, Melina?» tuonò con voce autoritaria, il marito.

«L’ho visto muoversi!» gli rispose la moglie, intenta a praticare al bambino un massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca.

Pochi attimi dopo, la piccola creatura iniziò a respirare e a piangere con le poche forze che gli erano rimaste. Fu grande lo stupore da parte di entrambi che, senza esitare, si apprestarono immediatamente a somministrargli acqua dolce e, in seguito, latte e della frutta ridotta in purea.

Come per miracolo, il bambino si riprese, tornando cosciente quasi alla stessa maniera di un risveglio dopo un lungo sonno, offrendo alla vista della donna due grossi occhioni neri spalancati, in cerca di amorevole dolcezza. Peccato che a stringerlo non c’era la propria madre, ma una perfetta sconosciuta… una sconosciuta la quale non aspettava altro che un segno da parte di Dio e adesso aveva tutta l’aria di essere stata accontentata.

Il viso di lei era come avvolto da un’aurea colma di gloria e gioia incondizionata, di pace e di amore, di umana carità e profondo istinto di conservazione.

«Questo bambino è un dono del Signore!» esclamò Melina, mentre cullava affettuosamente il pargolo che aveva deciso di tenere per sé.

«Sei matta? Non possiamo tenerlo! Non sappiamo a chi appartiene, da dove viene!» continuava a blaterare il marito, confuso e impaurito dalle possibili conseguenze.

La coppia consumò diversi minuti a contemplare il destino che avrebbe dovuto sortire il piccolo orfano. Marcus era un tipo ragionevole e, nella sua logica razionale, propendeva per consegnare il piccolo alle autorità greche. La moglie, al contrario, desiderosa di colmare il proprio vuoto interiore, aveva già fatto la sua scelta, nel momento in cui i suoi occhi si erano posati sul piccolo superstite.

«Ho un amico in Turchia. Ti dico io cosa facciamo adesso» disse Melina con tono deciso, al suo compagno.

Marcus recepì il messaggio della moglie quasi senza opporre resistenza. In poche occasioni la signora Gallagher si era pronunciata con tale determinazione, e ogni sua decisione si era sempre rivelata la scelta più azzeccata in ambiti più disparati. Il profondo amore che provava nei confronti della sua sposa, infine, lo fece desistere da ogni contrarietà.

La verità era che lei aveva troppa sete di maternità e il suo cuore era colmo di speranze a tal punto, da provare a mettere il mondo sottosopra, pur di riuscire nel suo intento. Convinse il marito a fare rotta in Turchia, dove un collega conosciuto precedentemente in America, durante la specializzazione, le avrebbe offerto di sicuro il suo aiuto.

E così fecero. Sottoposero il bambino alle prime visite di rito, scoprendo che quello che stava per diventare a tutti gli effetti loro figlio, non soffriva di disturbi particolari. Solo il peso era da considerarsi fuori norma a causa della traversata e di chissà quali mancanze causate dalla guerra, ma il processo di reidratazione prestatogli in tempo, aveva già innescato dei miglioramenti al quadro generale dell’infante. Restava solo da risolvere il problema della burocrazia.

Dopo un paio di giorni di ricovero, il collega turco di Melina fece apparire, come per magia, un documento di nascita che attestava la genitorialità dei coniugi Gallagher e trasformava il bambino da profugo senza nome in primogenito prediletto, Jordan Gallagher.

Grazie alla pelle ambrata di Marcus e gli occhi scuri di Melina, nessuno avrebbe notato particolari differenze di etnia, inoltre, sia la coppia che il responsabile del reparto di ginecologia turco, promisero solennemente di non rivelare a nessuno il loro piccolo grande segreto.

Al ritorno in patria, organizzarono una allegra festa di ringraziamento, per mostrare tutta la loro gratitudine a quanti li avevano invogliati ad affrontare la vacanza nei mari del vecchio continente che, a parer loro, sarebbe stato di aiuto per il concepimento del nascituro. In questo modo, i Gallagher si ritrovarono tra le mani un ottimo pretesto che contribuì a fare la quadra del cerchio per tutta quella incredibile situazione, giustificando una lunga assenza e al tempo stesso, una gravidanza che, in realtà, non c’era mai stata.

Col passare del tempo, Jordan cresceva e i due coniugi erano soliti inventare fantomatiche storie sui rispettivi alberi genealogici, come quando nelle feste di compleanno, Marcus raccontava delle probabili origini messicane dei suoi bisnonni e degli umili natali di Melina e dei suoi avi filippini, emigrati negli Stati Uniti un secolo prima. Tutte leggende che facevano sorridere gli invitati e distoglievano, per un attimo, l’attenzione dal colorito sempre più ambrato dell’erede dei Gallagher, diretto come una locomotiva veloce verso l’adolescenza.

Quando Jordan crebbe e terminò gli studi di ingegneria, seguendo le orme del proprio padre, ormai le dicerie e i sospetti a proposito delle sue origini erano acqua passata. Grazie al carattere intraprendente trasmessogli da Marcus e l’indulgenza infusagli da Melina, Jordan era al cento per cento il figlio indiscusso di una fra le tante famiglie bene di New York. Ma ciò che più contava era che il ragazzo aveva un futuro promettente all’interno della Transet Corporation e, sebbene si fosse fidanzato con una bellissima newyorkese, Linda, doveva accettare l’idea di sottrarre del tempo alla loro relazione per recarsi in giro per il mondo a supervisionare personalmente i progetti a cui dava vita tra le mura del suo ufficio.

Aveva conosciuto Linda in un giorno qualsiasi all’interno di una caffetteria. La sbadataggine della ragazza fu molto di aiuto per Jordan che, senza volerlo, se la ritrovò tra le braccia, prossima a una caduta accidentale e con la camicia sporca di caffè. Il giovane Gallagher l’aveva salvata da una pessima figura che l’avrebbe vista senz’altro con il volto spiaccicato sul pavimento, nel bel mezzo di un locale affollatissimo all’ora di pranzo, i ringraziamenti, i sorrisi spontanei e la buona educazione fecero il resto.

Linda era una fashion blogger impegnata a studiare recitazione. Sognava di arrivare in alto e di camminare, un giorno, sulla Walk of Fame di Hollywood, magari andando addirittura a vivere a Los Angeles, sotto il sole della California.

Malgrado quei discorsi così lontani dalla realtà rispetto al carattere pragmatico di Jordan, il ragazzo fu conquistato dai suoi grandi occhi celesti e dai lunghi capelli lisci biondo scuro, nei quali adorava perdersi durante gli abbracci e i momenti d’amore.

Da pochi anni, in Siria la guerra era cessata, come se decenni interminabili di preghiere fossero arrivati finalmente al destinatario supremo. Un’intera nazione necessitava della ricostruzione di infrastrutture pubbliche e private, una ghiotta occasione che la Transit non poteva certo farsi sfuggire.

Frotte di ingegneri, geometri, operai edili, gruisti e capicantiere, dovettero fare le valigie e trasferirsi in loco, dopo aver firmato contratti remunerativi, nell’impegno per il ripristino di ponti, autostrade, edifici governativi e ospedali.

Divenuto un pezzo grosso della multinazionale, ormai sulla soglia dei settant’anni, Marcus Gallagher incaricò suo figlio di dirigere i lavori di un nuovo resort, che stava sorgendo proprio alle porte di Damasco. Il progetto comprendeva alberghi a quattro stelle, una spa, un campo sportivo, una palestra, un paio di piscine, più altri ambienti dediti al relax e alla ristorazione.

Per Jordan, significava essere a capo di una delle più importanti opere in cantiere della sua carriera, dopo essersi fatto le ossa in India, Brasile, Australia, e aspettando di dare il meglio negli Emirati Arabi, in cui scorrevano fiumi di denaro e i progetti si preannunciavano più che ambiziosi.

Ad accoglierlo all’aeroporto, Amid Madani, un maturo imprenditore dall’aria vissuta ma dai modi gentili, impaziente di andare in pensione e ritirarsi a vita privata.

Nonostante il primo impatto, di fronte a un inglese parlato in modo incerto, i due strinsero ben presto un rapporto di fiducia e collaborazione, a tal punto che Amid gli raccontò a lungo perfino dei suoi affari personali e di altri argomenti intimi. Narrò della guerra, degli anni passati a patire la fame, sperando in un futuro di pace. Gli parlò a lungo della giovane moglie dispersa e mai più ritrovata, che aveva dato alla luce il suo primogenito, anch’egli perduto a causa degli orrori delle bombe sganciate sul suo paese e dei proiettili vaganti a ogni ora del giorno e della notte, per le vie della città. Ma la vita continuava e confessò di essere riuscito a sopravvivere grazie ad Allah, che gli aveva donato l’arrivo di una nuova famiglia, verso la fine del conflitto, e quindi l’unione con la  seconda moglie, che aveva concepito due meravigliose figlie femmine. D’altro canto, Jordan scoprì di provare una certa empatia nei confronti del suo cliente. I pranzi e le cene di lavoro si aprivano formalmente con i progetti srotolati su un tavolo e finivano sempre con chiacchierate amichevoli e un paio di drink.

L’avanzamento dei lavori a Damasco imponeva la permanenza del giovane Gallagher per almeno un paio d’anni, con in mezzo le dovute pause per il ritorno negli Stati Uniti, sotto l’ansia legittima di Melina, sempre più in là con gli anni e piena di acciacchi, e le continue videochiamate di Linda, la ragazza per la quale provava un amore indescrivibile e che non vedeva l’ora di sposare.

Un caldo giorno di fine giugno, mentre Jordan e Amid assistevano alla posa del pavimento da un ponteggio, all’altezza del secondo piano, un cedimento causò il crollo della struttura tubolare ed entrambi finirono ricoverati in ospedale. Gallagher si ruppe una spalla e una gamba, Madani, invece, rischiò di rimanere sulla sedia a rotelle a tempo indeterminato, per colpa di una lesione alla spina dorsale. La pericolosa condizione, dovuta anche all’aggravio dell’anemia plastica di cui soffriva l’imprenditore siriano, esigeva al più presto un trapianto di midollo osseo. Straordinariamente, dai risultati delle analisi si evinse che i due condividevano lo stesso gruppo sanguigno e il medesimo marchio genetico HLA. I donatori più prossimi di Amid erano per natura le sue figlie, che trovandosi all’estero per motivi di studio proprio in quella occasione, non avrebbero fatto in tempo a raggiungerlo per aiutarlo.

Jordan non esitò un istante a offrirsi volontario, sebbene conoscesse l’uomo soltanto da pochi mesi.

In quel clima di drammatica emergenza, alcune curiose coincidenze apparivano sempre più evidenti quanto incredibili, specie quando Jordan, durante la convalescenza, si ritrovò a frugare tra i documenti di Amid, attirato dalle fotografie delle sue due figlie. Tra le fototessere delle ragazze e della moglie ne spiccava una in bianco e nero che ritraeva il siriano in giovane età. Nel ritratto, l’uomo gli somigliava parecchio, sembrava avere i suoi stessi connotati, e quella voglia alla base del collo identica alla sua, anche se collocata sul lato opposto e intravista grazie ai due letti affiancati nella stessa camera, gli fece sorgere dei seri dubbi.

Possibile che avesse così tanti elementi in comune con quell’uomo che, prima di allora, non aveva mai visto né conosciuto in vita sua? Da quale terribile segreto lo avevano tenuto all’oscuro i suoi genitori?

Dopo la convalescenza all’ospedale di Damasco, Jordan dovette rientrare in patria per salutare la madre in punto di morte. Negli ultimi anni, il suo stato di salute si era aggravato sempre di più. Il problema inizialmente scaturito dalle ovaie si era ormai diffuso, sotto forma di tumore, in tutto il  resto dell’addome di Melina, la quale, prima di chiudere gli occhi per sempre, aveva preso il coraggio a due mani, decidendo di rivelare tutta la verità sulle origini di suo figlio Jordan.

«Devi sapere che tu non sei veramente nostro figlio, Jordan» disse la donna indebolita, d’innanzi alla presenza di Marcus che, vicino a una finestra, teneva il viso rivolto a terra, quasi a voler nascondere un senso di imbarazzo, che rasentava perfino la vergogna. «Ti abbiamo aiutato a scampare da una morte certa, la stessa che adesso reclama la mia vita, ma non potevo attraversare i cancelli del paradiso con il rimorso di questa menzogna, che ho perpetrato ormai per più di trent’anni» disse Melina, con una voce flebile, adagiata sul suo letto, aspettando l’ora in cui sarebbe spirata.

«Sì, mamma» rispose Jordan, «ho scoperto da poco che qualcosa non quadrava. Ho incontrato un uomo che potrebbe avere all’incirca l’età del mio vero padre. Tu… ne sai qualcosa? Lo conosci?» le chiese, spalancando gli occhi.

La madre gli rivelò soltanto che, al momento del suo ritrovamento, la donna che lo teneva in braccio stringeva quel particolare ciondolo di manifattura araba, adesso custodito gelosamente tra i preziosi, in un cassetto della camera da letto. Jordan lo recuperò e lo ripose in tasca, conscio che in qualche modo gli sarebbe tornato utile.

Rimase a New York circa un mese, il tempo necessario per assistere ai funerali di Melina ed elaborare il lutto. Il padre adottivo gli raccontò ogni particolare di quel viaggio nel Mediterraneo, della sterilità della moglie, del certificato falso e tutto il resto. Il ragazzo si sentì smarrito nell’apprendere quelle cronache; ma non portava rancore, non provava una plausibile rabbia dovuta alla menzogna. Era chiaro che la coppia non aveva fatto altro che strapparlo alla morte, assicurandogli un invidiabile futuro, e per questo Jordan era consapevole di non poterli ringraziare abbastanza.

Ben presto arrivò il momento di rimettersi a lavoro e riprendere in mano la propria carriera. Questo significava, soprattutto, avere la possibilità di fare luce sulle proprie origini.

Quando la notizia arrivò alle orecchie di Linda, la ragazza scoppiò in lacrime. Non voleva assolutamente che il suo promesso sposo partisse nuovamente per la Siria, temeva che scoprire la verità sul suo passato lo avrebbe allontanato da lei in maniera irreversibile. Tuttavia, il suo amato non poteva sottrarsi ai suoi doveri, non poteva porre fine ai giochi che il destino aveva orchestrato per lui, anche se le rivelazioni sarebbero state sconvolgenti, sentiva che quella era la strada che doveva assolutamente seguire, incoraggiato dalla voce della madre che gli rimbombava in testa: “Segui il tuo cuore, Dio ti darà la risposta”.

Giunto a Damasco, mostrò il ciondolo di Melina a colui che era quasi certo fosse suo padre biologico. Alla vista di quell’oggetto, l’uomo ebbe un mancamento, poi scoppiò a piangere. Quel cimelio apparteneva a Raya, la sua prima giovane moglie, colei che aveva dato Jordan alla luce. Il giovane ingegnere lo aiutò a riprendersi, chiedendo quale fosse in realtà la sua vera identità.

Yamir era il nome che avevano scelto per lui, Amid gli raccontò che avevano aspettato invano la fine della guerra. Pregarono a lungo e con vigore Allah ogni sera, finché scappare non si rivelò l’unica via di salvezza. All’epoca, l’imprenditore siriano non aveva abbastanza soldi per fuggire, così prese l’amara decisione di mettere in salvo solo il resto della sua famiglia. Quando Jordan gli confidò di essere stato trovato in un gommone, in mezzo ai cadaveri, Amid capì con certezza che non avrebbe più rivisto la donna di cui si era originariamente innamorato, ma in compenso il fato gli aveva restituito il figlio che ormai era diventato un uomo.

Per fugare ogni dubbio, ricorsero al test del DNA, che mise definitivamente la parola fine a quell’incredibile scherzo del destino. I due si abbracciarono forte e si raccontarono, a cuore aperto, ogni dettaglio delle proprie vite, attraverso fiumi di parole, bruciando il tempo di interi pomeriggi passati insieme.

Amid, infine, propose al figlio ritrovato, che gli aveva salvato la vita, di entrare a far parte della sua attività imprenditoriale, date le indiscusse qualità organizzative di ingegnere e per il fatto che le sorellastre non avrebbero mai calcato le sue orme come affariste. Jordan rispose che la sua vita era in America, ma che di tanto in tanto sarebbe tornato a Damasco per stare con la nuova famiglia.

La guerra aveva separato il piccolo Yamir da suo padre, la pace e la ricostruzione glielo avevano fatto ritrovare.

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