Tornati dall’inferno

Recensione SE QUESTO È UN UOMO di P. Levi

Se questo è un uomo

Tornati dall’inferno

Il rapporto con il libro che sto per recensire, SE QUESTO È UN UOMO, è antico. Risale ai tempi della scuola media quando, sfogliando il libro di italiano, trovai un brano di questa opera. Mi colpì a tal punto che mi venne una voglia tremenda di leggere tutto il libro. Ricordo ancora la felicità quando, in libreria, lo ebbi finalmente in mano e anche lo sguardo di rimprovero misto a delusione rivoltomi da un membro della mia famiglia, appena tornata a casa. Mi ci fiondai subito e lo finii in pochi giorni. Quello fu uno dei primi libri a toccarmi l’anima, anche se all’epoca molti dei suoi significati mi sfuggivano.Non avevo che tredici anni. E adesso, dodici anni dopo, ho deciso di rileggerlo.  Come succede sempre con i libri che ti restano dentro, questa seconda volta è stata come la prima, ma molto più intensa e partecipativa, anche grazie agli anni in più che mi ritrovo sul dorso. Per la seconda volta ho seguito l’autore- protagonista nella cattura, il traumatico arrivo al campo, i mesi passati lì a combattere con la fame, il freddo, la crudeltà dei carcerieri e la morte in ogni angolo. Mi sono resa conto di quanto non avevo capito a tredici anni, della profondità di questo libro piccolo e crudele. Pesante come un macigno sulla psiche del lettore di oggi, a cui, attraverso ogni pagina, sta davanti come in un film ciò che accadde in quel luogo nel secolo più buio della storia. Questo libro è così profondo, il suo contenuto parla con voce propria a tal punto che mi è  difficile recensirlo. Per farlo, dovrò quindi avvalermi del confronto con un’altra opera : LE MEMORIE DI UNA CASA MORTA di Dostoevskij. E prego il lettore di perdonare la mia imperizia.  Entrambi questi libri parlano di una campo di internamento, ma con notevoli differenze. LE MEMORIE DI UNA CASA MORTA è il racconto che l’autore, nascondendosi in un personaggio di fantasia, fa del proprio periodo di condanna ai lavori forzati.  In SE QUESTO È UN UOMO non c’è nessun elemento di fantasia. E’ Primo Levi stesso a parlare. Nel primo, il campo di internamento era un luogo di espiazione per chi aveva commesso dei reati, dove l’uomo perdeva le sovrastrutture che aveva in libertà per restare solo uomo e, inoltre, fatta eccezione per gli ergastolani, quella sanzione aveva una fine, per quanto lontana. Auschwitz, invece, era una macchina di puro sterminio. Vi si veniva rinchiusi senza un perché, se non quello che stava nella testa dei tedeschi, per poi essere sottoposti ad un regime carcerario progettato per annientare sia fisicamente che psicologicamente. Li, con le sovrastrutture se ne andava la stessa essenza di essere umano, lasciando nulla di più che uno scheletro coperto di stracci senza più forza di pensare, a meno che non si fosse dei privilegiati e non si avesse un’innaturale forza interiore da sopportare, senza disumanizzarsi, quell’ingiusta prigionia, la cui fine era solo il passaggio per il Camino. Primo Levi racconta la sua terribile esperienza con schiettezza, senza tralasciare nulla. Non in sequenza logica, ma a seconda di ciò che riteneva prioritario raccontare, nel momento in cui scriveva. Quel che colpisce è che, in tutta l’opera, non c’è traccia di rabbia, odio o commiserazione. L’io narrante non cerca la pietà o la comprensione del lettore, racconta e basta. Il suo unico scopo è testimoniare al mondo l’orrore che ha vissuto in prima persona. Il racconto è intervallato da profonde riflessioni sull’uomo e la sua natura. Taglienti come lame, ma allo stesso tempo scorrevoli e comprensibili a chiunque, vestite di quella semplicità di cui sono fatte le verità profonde che solo chi ha toccato il fondo può dire di conoscere alla perfezione. Il pezzo che mi ha colpito di più è stato il capitolo dedicato al canto di Ulisse nella Divina Commedia. A mio parere il più struggente di tutto il libro. Quel canto ricorda all’autore-protagonista che è un uomo, e che l’orrore che sta vivendo è stato costruito da altri uomini e ciò , se da un lato lo spinge a resistere, dall’altro diventa un tremendo ricordo della libertà perduta e una ancor più amara presa di conoscenza di quanto l’umanità sia caduta in basso. Un libro di potenza dostoevskiana, da leggere e rileggere  non solo per ricordare la più nera azione mai commessa dall’umanità, ma anche per riflettere, per meditare,su davvero l’essere umano cos’è.

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