Divinity Club

Divinity club
«Abbiamo ricevuto diverse soffiate e accumulati numerosi indizi che ci portano a indagare in via non ufficiale sul Diviniy Club, ecco perché ti abbiamo scelta per farti partecipare a quel corso intensivo. Dovrai essere gentile, accondiscendente e, soprattutto, mostrare il tuo miglior sorriso ogni volta che sarà necessario. É un lavoro delicato, abbiamo bisogno di scoprire cosa accade all’interno di quel perimetro frequentato da gente di altissimo rango!»

«Cosa? Mi avete fatto passare un mese del cazzo solo per andare a fare la cameriera? Sono un agente scelto dell’FBI, maledizione, non ho studiato anni e anni di criminologia all’accademia per andare a servire dei tavoli, ma Cristo!»


È così che ad Angelica Rights fu assegnato un importantissimo incarico da agente infiltrata. Le incongruenze sul conto del Divinity Club erano in continuo aumento, un locale così esclusivo da non ammettere nemmeno boss della malavita organizzata e vip dello spettacolo. Sulla bocca della gente non passava che un solo termine: inaccessibile. Non era uno di quei locali dove assumevano studenti in cerca della paga per mantenersi agli studi, si trattava di una specie di fortezza situata su un atollo artificiale accanto all’isola di Catalina a sud delle acqua territoriali di Los Angeles, una struttura così blindata e sorvegliata da essere raggiunta solo per via aerea tramite elicottero, dove il personale addetto alla ristorazione e alla manutenzione veniva selezionato attraverso alti criteri di discrezionalità, preparazione e disciplina. I compensi erano lauti e prima di essere formalmente assunti, dopo aver passato complessi colloqui psico-fisici, era obbligatorio firmare moduli che garantivano ai proprietari del club, un silenzio su quanto visto e udito, tombale.
Una spia deceduta in circostanze misteriose, aveva fornito all’FBI quanto necessario per affrontare un primo colloquio di presentazione: nomi di soggetti chiave, indirizzi e-mail provenienti dal deep web, password cifrate e parole d’ordine perpetrati a voce o con particolari gesti da suscitare invidia perfino ai cosiddetti illuminati. La bellezza di Angelica fu determinante per scavalcare ognuno di quegli ostacoli, così complessi ed estenuanti che avrebbero fatto drizzare i capelli alla donna più pacata e paziente di tutto il pianeta. Naturalmente, l’agente speciale scelto, era stato corredato di un background farcito di false esperienze pregresse in ambiti lavorativi più che prestigiosi, come ad esempio la Casa Bianca, gli Emirati Arabi, residenze private di maharaja e sultani.
Alla fine, tutti i test e i colloqui furono passati grazie all’aiuto di ben due collaboratori che seguivano l’agente in contatto quasi ventiquattro ore su ventiquattro, con l’ausilio di un chip sottocutaneo impiantato dietro l’orecchio, invisibile allo spettro dei metal detector; ogni volta che Angelica si sarebbe trovata in difficoltà un esperto espletava, per lei in tempo reale, una ricerca per mezzo di un supercomputer. Tutte queste complicanze accresceva sempre di più i sospetti dell’FBI nelle vesti del comandante in capo, Benedict Lomax, il quale seguiva i risultati della Right, almeno per dodici ore al giorno. La squadra dell’agenzia federale chiamata a collaborare al caso, era costituita esclusivamente da una decina di persona, tra tecnici informatici, esperti di terrorismo, criminologi e scienziati. Lomax sospettava di fare centro su un bersaglio davvero grosso, e non voleva certo che un eventuale successo trapelasse immediatamente finendo nelle mani della stampa. Qualunque cosa si fosse scoperto, sarebbe stato trattato con l’importanza del caso, se necessario, anche classificando l’intera faccenda come top secret. Malgrado le severe norme restrittive del Divinity Club, l’atmosfera nell’ambiente di lavoro sembrava piuttosto sobrio e formale: lo staff nelle cucine era composto da persone che, in fin dei conti, avrebbe prestato lo stesso tipo di servizio se si fosse trovato in qualunque altro albergo o resort di lusso, benché molti comunque si rivelarono restii a concedersi in profonde confidenze.
“Cinque o sei anni qua dentro e possiamo andare anche in pensione per il resto della vita” – era la frase che usciva fuori da ogni bocca semi cucita di cuochi e lavapiatti. Quando giunse il momento di entrare in azione, con tanto di divisa e vassoio d’argento in mano, l’agente infiltrato non notò nulla di particolarmente strano nelle pietanze servite, né i fortunatissimi membri del club apparivano eccessivamente allegri, anzi, nel rapporto la Rights scrisse in seguito che i presenti consumavano i pasti in maniera rispettosa e diligente, quasi fosse una cerimonia religiosa di quelle ripetute solo un paio di volte all’anno. Invece, ogni mercoledì si celebrava una serata speciale, un evento tanto atteso dai pochi eletti del Divinity, il menù comprendeva una squisita pietanza a base di carne in salsa rossa di nome Engleme, un termine che suonava quasi francese. Solo in quel giorno le buone forchette si mostravano trepidanti e festosi. Come mai? Cosa significava il mercoledì per quella gente? La scelta ricaduta nel bel mezzo della settimana non si rivelò del tutto casuale: in verità si dimostrò un’ottima scusa per permettere a quella gente facoltosa, facente parte delle più alte vette della piramide sociale, di omettere alcuni impegni nelle proprie agende personali e sfuggire ad altre ben più noiose attività mondane riuscendo, in tal maniera, a passare delle piacevoli serate, spesso anche fungenti come collante per l’intreccio di importantissimi affari, lontano dai riflettori.
L’ispezione nelle cucine non portò alcun successo, così come le irruzioni solitarie nelle camere degli inservienti e dei cuochi. Stessa cosa dicesi per le guardie armate private e la stanza delle telecamere di sorveglianza. Nessuna apparente attività illecita, niente droghe, né armi, i membri del Divinity Club erano così composti e placidi da non concedersi nemmeno il gioco d’azzardo o altre decine di riprovevoli attività a sfondo sessuale come lo scambio di coppia o la prostituzione. L’affascinante Angelica ha dovuto aspettare diversi mercoledì prima di venire a capo del grande mistero che si celava nelle viscere di quel ristretto circolo, fin quando un martedì non si recò di notte nelle cucine, riuscendo ad entrare grazie a un pass rubato a uno degli chef. In uno speciale frigorifero a zero gradi recante strani simboli di pericolo, erano stati piazzati diversi pezzi di carne di dubbia provenienza. Ovviamente non era nelle condizioni di poter domandare in giro di che tipo di carne si trattasse, avrebbe di sicuro suscitato non pochi sospetti tra gli addetti alle cucine e le colleghe cameriere. Doveva trovare a tutti i costi il bottino più grosso: le stive raffreddate dai congelatori dove venivano stipati gli approvvigionamenti alimentari a meno venti gradi sotto zero.
Un compito ben più arduo da svolgere, quelle celle frigorifere si trovavano in un piano sotterraneo altamente blindato e sorvegliato, nessuno sarebbe passato inosservato scendendo fin laggiù, nemmeno una splendida creatura bionda e sinuosa come Angelica. L’unica alternativa era installare una microtelecamera nel cappello dello chef incaricato di entrare in quel posto freddo ogni martedì pomeriggio, Gustavo Mendez.
Passarono otto lunghissimi mesi da quando l’agente Rights aveva iniziato e protratto il lavoro come cameriera infiltrata al Divinity Club ma, alla fine, i sacrifici furono ricompensati, anche se con un’amara e sconvolgente rivelazione: le casse di pesce congelato, larghi mezzo metro e lunghe un metro e venti, recanti la falsa etichetta di tonno o pesce spada, in realtà contenevano cadaveri di alieni!
La squadra dell’FBI che seguiva la vicenda a stretto contatto con l’agente infiltrato, restò sgomento e quando ordinarono finalmente una retata, affidando il lavoro sporco ad un’altra squadra di specialisti, ciò che venne a galla fu qualcosa di orripilante e allo stesso tempo sconvolgente: i membri del club si cibavano di carne aliena ogni mercoledì. Decine di persone furono tratte in arresto e poi torchiate, si venne a sapere, infine, che esistevano veri e propri talentuosi cacciatori di alieni affiliati con il club ingaggiati per recuperare gli extraterrestri caduti accidentalmente o dispersi sul pianeta Terra e che Engleme non era altro che il nome di una delle costellazioni dalla quale provenivano. L’intera operazione fu classificata con il maggior tasso di segretezza possibile e Angelica Rights venne ricompensata con una promozione, tutti gli agenti coinvolti non mangiarono carne per mesi di nessun tipo.

Questi racconti fanno parte della raccolta GOCCE DI PAROLE di Gero Marino, aquistabile a € 0,99 cliccando qui. Si tratta di una piccola raccolta variegata che contiene un numero in continua evoluzione di storie e sketch che spaziano dall’horror, al romantico, al noir ecc.

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