La condanna ad essere umani. Recensione L’EGOISMO DEL RESPIRO di G. STRAPPARAVA

Recensione L’EGOISMO DEL RESPIRO di G. STRAPPARAVA.

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Recensione L’EGOISMO DEL RESPIRO di Giada Strapparava

La condanna ad essere umani

“Niente nutre la terra più meschino dell’uomo// tra ciò che su di essa cammina e respira” diceva Omero. E a mio parere mai furono pronunciate frasi più vere. Perché questo è l’uomo. L’essere più intelligente, capace di andare sulla luna, di costruire macchine sofisticatissime e creare opere d’arte immortali. Ma anche l’essere più cattivo. L’unica specie in grado di odiare sé stessa, che gode nel far del male ai suoi stessi simili. Quando sentiamo parlare di qualcuno che commette azioni del genere, subito attiviamo quello che i criminologi chiamano etichettamento. Diciamo “non è un uomo, è una belva. E’ pazzo.” Dimenticando che le belve uccidono unicamente per nutrirsi o per non soccombere, perché la dura  legge della natura così li ha fatti.  Ricorrendo all’etichetta del pazzo perché il nostro cervello non può sopportare l’idea che un essere umano, una creatura pensante, possa essere cattivo. Mentalmente sano ma cattivo. Non ci riesce. E’ troppo per lui. Il protagonista de L’EGOISMO DEL RESPIRO ce lo dimostra chiaramente. Colton Miller è un assassino seriale di quelli che gli esperti classificherebbero come organizzato e che uccide sull’onda del controllo del potere. Ovvero sceglie con cura le sue vittime, prepara tutto nei minimi particolari, in modo da non lasciare tracce, poi agisce. Con sadismo e crudeltà, godendo nel controllare la vittima, nel poter decidere quanto a lungo farla soffrire e poi porre fine al tormento. Di giorno è una persona normale, ben inserita nella società. Di notte, toglie la maschera e lascia uscire la sua ira. Una rabbia derivante da un’infanzia di abbandono e abusi, della quale lui è ben conscio e non vuole fermare né controllare. Esteriormente sembra socievole, ma, in realtà, ha paura dei legami, li considera una debolezza. Li sopporta quel tanto che basta per continuare ad uccidere. La sua vita prosegue tra un omicidio e l’altro, quando all’improvviso, due eventi mettono tutto sottosopra. Il primo è l’arrivo di un nuovo serial killer in città. Il secondo è l’incontro con Sarah, di cui Colton, suo malgrado, si innamora. Questo sentimento lo porta a riflettere profondamente se sé stesso e sulla sua vita. In cuor suo comprende che, per quanto si sforzi, non può essere una macchina senza sentimenti, indifferente a tutto. Insomma capisce che anche lui è un essere umano. Sembra quasi sul punto di redimersi, ma la situazione precipita, fino all’inaspettato finale. La trama è buona. L’autrice, con sorprendente abilità, si cala nella mente di un assassino seriale, interpretando alla perfezione il suo modo di pensare. Lucidissimo e povero di empatia e da ciò si vede il suo innato talento, poiché, a mio parere, la bravura di uno scrittore si misura molto dalla sua capacità di calarsi in qualunque tipo di personaggio, anche di sesso opposto. Oltre questo, purtroppo, ho riscontrato qualche difettuccio. Lo stile è un po’ pesante.  Si dura una certa fatica a seguire l’andamento del racconto, ma ciò può giustificarsi con la forma mentis del protagonista, che parla in prima persona e, non avendo un alto grado di istruzione, può esprimersi in modo un po’ contorto. Un altro rilievo è che è tutto un  po’ troppo anglosassone. Personalmente non lo condivido, ma, dato che lo fanno anche i big come Donato Carrisi, sorvoliamo. Nonostante questi pochi appunti, siamo di fronte ad una scrittrice che farà sicuramente strada, alla quale auguro ogni bene e ogni successo nella sua carriera letteraria.

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