Lo scannatoio del lunedì di Fabio Chiriatti

Lo scannatoio del lunedì di Fabio Chiriatti

Lo scannatoio del lunedì di Fabio Chiriatti (Edizioni Kurumuny, 2015, 146 pagine, euro 13,00) potrebbe nascondere nel titolo la chiave di lettura per ciascun testo contenuto nel libro: ‘luogo in cui si scannano gli animali da macello’, ed è il caso della protagonista di Mappughe che ricorre alla mutilazione immaginaria del suo corpo per sentirsi e per diventare altro da sé, “Io a volte devo controllare di esserci tutta, ma tutta davvero. Perché se un giorno non mi trovassi più, non saprei dove andarmi a cercare, in quale cassetto, in quale armadio, in fondo a quale scatola potrei cercarmi, se non mi trovassi più. Ammesso di essere in grado di andare da qualche parte” (pag. 13); ‘locale equivoco, in cui si attira gente ricca per spillarle denaro’, è la casa di Lamara, protagonista de I Saburchi, dove avvengono traffici illeciti e giro di denaro, “Le vite nostre sono una castima, un peccato capitale” (pag. 51); ‘lunedì’, giorno della settimana che nel periodo pasquale ricorda il giorno della risurrezione, come quello di Casca la terra in cui la vita e la morte sono separate da un labile confine e Magdalaine, una delle protagoniste, dice: “Quando uno è morto, è morto” e Jona le chiede: “Fra i vivi e i morti, chi sta meglio?” (pag. 97).
I protagonisti delle tre storie vivono il dramma della propria morte dell’anima e attraverso la sofferenza del corpo (come la passione di Cristo) sperano in una possibile rinascita. Lo sdoppiamento di sé, che mette a confronto l’io del passato con quello del presente, serve a fare un bilancio della propria vita e a progettarne un’altra senza errori attraverso il pentimento e l’espiazione della colpa. Un’esistenza vissuta nell’esaltazione della bellezza della forma e dalla quale si tenta di ascendere a Dio e alla bellezza divina per mezzo di una religiosità laica e popolare (altalenante tra sacro e profano). Ma l’estraneità tra l’io e il mondo, che è incapacità di confrontarsi e di comunicare, contribuisce a rendere il corpo simile a un simulacro vuoto. Da qui i protagonisti – come i lettori/spettatori – iniziano a porsi delle domande: Chi sono io? Da dove vengo? Qual è il mio posto nel mondo?
La crisi d’identità e di valori riesce ancora a scuotere la coscienza di tutti i protagonisti che manifestano, accanto ad una volontà nuova di ritrarre la fatiscenza storica del loro tempo, la propria incertezza che oscilla tra l’essenzialità di un linguaggio di cose – “A volte sei diventato una mano o un piede o un muscolo o un capello, a volte un cucchiaino da caffè, a volte lo zucchero in fondo alla tazzina da leccare con la lingua (…) È l’abitudine di contare il tempo in tazzine di caffè” (pag. 19) – e la diffusione di un’analisi interiore alla costante ricerca disperata di un sé – “Ho pensato che fossi un Dio di quelli che ti fa assaggiare la felicità e poi te la toglie. Senza un motivo preciso, solo per un capriccio (…) ho pensato che fossi un Dio cattivo e ho voluto morire” (pagg. 132-133).
L’equilibrio tra il livello colto (Mappughe) e il livello basso (I Saburchi), cioè quello della cultura orale delle classi subalterne, si regge sull’ago della bilancia (Casca la terra). Un equilibrio presente anche nel fil rouge che unisce i testi, rintracciabile nei motivi e nei moduli stilistici tipici della narrazione psicologica del Novecento. E del resto la vita altro non è che un continuo rapporto tra maschere e non-volti (cioè persone), a conferma di quanto già sostenuto da Luigi Pirandello: “Il mondo delle forme teatrali è più vero della vita nella sua falsità”.

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