L’ultimo uomo nato in Sicilia

L’ultimo uomo nato in Sicilia

L’ultimo uomo nato in Sicilia

Un’altra torrida estate nel duemilanovecentonovantanove era passata, tuttavia, il termometro a mercurio di Rosario segnava ancora trentadue gradi all’ombra e settembre era già trascorso da un pezzo. Già, perché il surriscaldamento climatico, nella bella stagione, aveva trasformato l’intera isola in una gigantesca brace e

con i focolai che, di tanto in tanto s’incendiavano autonomamente, sparsi a macchia di leopardo, gli faceva sembrare di essere già arrivato all’Inferno. Quando la primavera incominciava a farsi sentire, con il consueto venticello che trasportava quell’inconfondibile odore di mare, egli sapeva che era ora di andarsi a rifugiare in qualche casolare dei paesini di montagna, anche se la vera montagna era ed è sempre stata solo una e nemmeno tanto affidabile. Il vento però era cambiato, le colline iniziavano finalmente ad attirare nuvole grigie e nebbia evanescente, segno inequivocabile che era venuto il momento di scendere a valle.Si aggirava tutto solo come un vecchio pazzo, con il suo rozzo e malandato fuoristrada preso in “prestito” dalla caserma della Forestale, a loro non serviva più. Niente di tutto quello che riusciva a trovare serviva più a qualcuno perché da quell’isola maledetta se n’erano andati tutti, proprio tutti. Rosario era rimasto da solo in Sicilia, dopo che anche l’ultimo esodo di massa si era concluso. Aveva trentatré anni quando si era trovato a salutare per sempre i pochi parenti che avevano cercato ostinatamente di convincerlo a fare le valigie e seguirli verso nord, verso la salvezza, ma luì aveva categoricamente rifiutato e adesso, a quarantacinque anni suonati si vedeva scorrazzare come un solitario pastore senza gregge per le ultime strade praticabili ancora non troppo disagiate né completamente logore. Gli affioravano spesso i ricordi di suo nonno che raccontava, in certe occasioni, di come si aspettasse di vedere il futuro, un futuro radioso, scintillante, fatto di auto volanti e di vita semplificata. Non fu così alla fine, anzi, tutto il contrario. Solo il silenzio rimaneva di un popolo che nella storia aveva segnato i libri di testo. Forse fu proprio il caldo rovente a friggergli i pochi neuroni buoni che gli erano rimasti in testa oppure lo shock dei proclami governativi che ne ordinarono lo sgombero definitivo. Viveva da clandestino nella sua stessa terra natia. Non si era arreso, non lo accettava e decise perciò di diventare un re del nulla o per meglio dire, il custode di un enorme, gigantesco cimitero abbandonato.

Era così che passava l’inverno. Scendeva sulla costa e si spostava con mezzi di fortuna di città in città. Gli piaceva fare il turista dentro casa, viaggiare, a volte con la jeep a volte con un camion, altre su una moto o un camper, qualunque cosa avesse trovato che potesse utilizzare con le ultime scorte di benzina raffinata che riusciva a recuperare. Forse giocava semplicemente alla roulette russa, lasciando decidere al fato l’ultimo posto dove scegliere di permanere e, infine, di morire di vecchiaia, di fame o di qualche malanno a lui sconosciuto.

Faceva il giro delle piazze principali delle città più importanti che una volta erano le più affollate e credeva perfino di essere osservato, di addentrarsi al loro interno con appresso i fantasmi che un tempo popolavano quei luoghi e che sentiva quasi come se gli urlassero addosso. Sicuramente era la pazzia che stava prendendo il sopravvento, aveva la sensazione di vedere gente scrutarlo dalle finestre spaccate mentre passava per le vie, vedeva delle sagome di persone dietro le tende mezze strappate e annerite dentro le case, udiva riecheggiare antiche urla laddove ricordava facessero i mercati, un tempo colmi di vestiario nuovo e di cibo fresco e genuino.

Invece era costretto ad indossare solo abiti di fortuna trovati in qualche magazzino abbandonato o in un centro commerciale desolato e pieno di polvere abitato solamente dai manichini. A volte si fermava qualche minuto a parlarci come se fosse della vera gente, immaginava di sentirsi rispondere; sì, stava proprio uscendo di senno! La vergogna e l’imbarazzo, in ogni caso, non erano più sentimenti che albergavano nel suo animo, sapeva di essere solo, sapeva di essere “autorizzato” a fare ciò che voleva, di usufruire a proprio piacimento delle cose che trovava e di andare dove gli avrebbe fatto più comodo. Quando era in vena di lavorare, si aggirava per gli ospedali o farmacie e faceva scorta di medicine, scartando quelle andate a male e scegliendo quelle cha ancora poteva riuscire ad utilizzare. La stessa cosa faceva con il cibo, andando a rovistare per i supermercati in cerca di scatolame, conserve e roba essiccata. Prendeva un carrello arrugginito e scricchiolante e gironzolava per i reparti cercando di scansare gli escrementi degli animali i quali trovavano ricovero o, come lui, cercavano sostentamento. Ma le colombe, non sapevano aprire i barattoli e nemmeno i cani randagi o i gatti. Lui invece sì, e non era nemmeno egoista, quando si ritrovava ad avere compagnia, non disdegnava mai di aprire qualcosa per l’animale di turno nel quale s’imbatteva.

Di giorno si cibava di frutta e verdura raccolta direttamente dalle campagne, gli bastava uno zaino per fare scorta di arance, limoni, mandarini, fichi d’india, grappoli d’uva e ogni ben di Dio fosse riuscito a trovare, anche se perfino Dio sembrava aver abbandonato quei luoghi. La sera si rintanava in qualche appartamento, tra quelli meglio conservati per ripararsi dal freddo e cucinarsi uno stufato aprendo qualche lattina di fagioli tra quelli che ancora non erano esplosi, come quelle delle bibite gasate o di pomodoro che si aprivano di tanto in tanto a causa degli acidi e dei batteri in decomposizione. Viveva così, Rosario, in piena libertà e alla giornata anche se, quando gli toccava mangiare roba sgradita, era solito ripensare agli impareggiabili panini con la Milza se si trovava nelle zone di Palermo o delle fantastiche brioches accompagnate dalla granita al limone, nei pressi di Catania o della tavola calda tra arancine al ragù e panelle che si preparavano ad Agrigento sotto il tempio della Concordia. Ripensava spesso a quelle specialità, a quei sapori mai più gustati, come la ricotta appena fatta, i salumi affettati, il pesce fresco, le focacce calde, le pizze cotte nel forno a legna e, in generale, i mega pranzi e cene delle occasioni speciali quando le famiglie si riunivano attorno a un grosso tavolo.

Girovagava così, sentendosi un fantasma tra i fantasmi, parlando da solo o con gli animali che incontrava lungo il suo cammino. Spesso si ritrovava d’innanzi ad un ponte crollato o una strada invasa da una frana; si arrabbiava e inveiva contro Dio, anche se poi, la domenica andava in chiesa per parlarci a tu per tu.

Perché ci hai abbandonato? Perché te ne sei andato? Hai fatto i bagagli prima di tutti qui e ci hai lasciati soli! – Gli diceva dalla prima fila delle innumerevoli panche impolverate.

Tutti erano andati via, perfino la gente cattiva, la criminalità, il malaffare. Rosario era il re indiscusso di una terra lasciata a marcire, fantasmagorica e desolata. Una volta l’anno si recava sulle pendici dell’Etna quasi volesse imitare Mosé quando si recò, al tempo, nel Sinai. Il vulcano tuonava, rombava e scalpitava con la sua solita ira incontrollabile, ma non era quella di Dio, anche se a lui piaceva pensare che lo fosse, specialmente quando si portava dietro una bottiglia di vino trafugata da chissà quale riserva e si ubriacava fino a svenire.

Voleva morire così, senza arrendersi, senza divenire un numero come lo erano diventati tutti gli altri, vittime di un sistema, pedine di una volontà imposta da terzi. Si chiedeva spesso se mai qualcuno avesse agito alla stessa maniera, se fosse rimasto come lui, in quella terra polverosa e secca che oramai offriva nient’altro che ricordi. Dovunque andasse, trovava solo spettri e silenzio. Era diventato così selvaggio che non voleva nemmeno più fare amicizia con un cane e non ci passava assieme più di una manciata di minuti perché non aveva nessuna voglia di prendersene cura che già gli seccava prendersene per se stesso. In cuor suo sperava in una morte improvvisa e inaspettata, come un incidente, qualsiasi cosa che non l’avesse fatto soffrire da solo, lentamente e in agonia.

Un giorno però, un dettaglio sembrò segnare finalmente il punto di svolta. Si era diretto a Messina, dove sapeva di trovare un ponte fatto saltare in aria per evitare che la malavita ci venisse a portare gli scarti industriali o peggio ancora i rifiuti tossici delle centrali nucleari. Ma nemmeno i mafiosi osavano tornare più in quel posto lugubre e fatiscente, avevano paura. Anche Rosario ne aveva, quando sognava di vedere i morti che uscivano dalle tombe e si mettevano a camminare come zombie in cerca di carne fresca, la sua, l’unica rimasta. Voleva sincerarsi che il ponte fosse stato abbattuto sul serio per come aveva sentito nell’ultimo proclama alla radio. Alla fine ci arrivò a vederlo, ma non ebbe il tempo che era solito prendersi per ammirare il panorama nel quale si trovava durante i suoi consueti viaggi di esplorazione. Si era fermato proprio sotto il primo pilone che ancora si ergeva imponente. Con enorme stupore, proprio al centro della carreggiata, aveva intravisto la sagoma di una donna vestita di scuro.

E’ una vedova o un’allucinazione? – Si chiese parlando a se stesso.

Forse era semplicemente la morte e lui non lo capiva. Dietro la donna, il paesaggio era coperto da una fitta nebbia fatta di sfumature grigie e biancastre e nonostante cercò di avvicinarsi a lei, guidando a velocità sostenuta la sua jeep, questa sembrava correre all’indietro spaventata verso la nebbia.

Era così tanto tempo che non parlava con qualcuno che gli sembrò una festa. Il suo cuore aveva ripreso a battere come non aveva mai fatto da decenni.

Finalmente non sono più solo! Aspettami, aspetta! – Gridò con tutta la forza che aveva.

La misteriosa entità femminile si voltava di tanto in tanto, ma non osava arrestare la sua corsa. Chissà, magari aveva paura di lui, di quell’uomo sconosciuto e trasandato, con la barba incolta e con addosso dei vestiti abbinati alla meno peggio. Forse era una ricercata e il fuoristrada della Forestale le aveva messo paura.

Più veloce, vai più veloce dannata! – Inveiva contro al veicolo.

La donna si dileguò nella nebbia e con lei anche Rosario, l’ultimo uomo nato in Sicilia.

di Gero Marino


Qui IL VECCHIO BORGO DEI PESCATORI

13153430_1828204197411383_1049826915_n (2)Gero Marino è nato e cresciuto in Sicilia, originario della stessa città natale di Andrea Camilleri.
Classe 1980 con diploma commerciale e alle spalle una lunga carriera da dipendente, è appassionato di fantascienza, racconti distopici, realtà alternative, scenari apocalittici, misteri e archeologia eretica, coltiva la passione per la scrittura districandosi tra opere in self publishing,il proprio blog e i social network.

Sito internet Gero Marino


Questi racconti fanno parte della raccolta GOCCE DI PAROLE di Gero Marino, aquistabile a € 0,99  cliccando qui. Si tratta di una piccola raccolta variegata che contiene un numero in continua evoluzione di storie e sketch che spaziano dall’horror, al romantico, al noir ecc.


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