Il figlio del boia, romanzo di Katia Brentani

il figlio del boia

Il figlio del boia, romanzo di Katia Brentani

Recensione di Pasquale Braschi

Bastian, figlio di Rosa Picone e Clément Vailant, il boia appunto, narra in prima persona la propria vita come se fosse un’autobiografia. Tra destino e maledizione Il figlio del boia, di Katia Brentani (Damster Edizioni, 2014, pp. 168, euro 13,00), raccoglie l’eredità di un lavoro che si tramanda da padre a figlio, da generazioni (anelli di una “catena”, proprio come suggerisce l’etimologia latina di “boia”). “Nonostante abbia soltanto sette anni mi rendo conto che non potrò per sempre nascondermi dietro bugie; la verità prima o poi prenderà il sopravvento ed io tornerò ad essere

il figlio del boia anche per mia madre” (pag. 17). Non è un lavoro comune ma è pur sempre un lavoro: procurare la morte per decapitazione eseguendo il volere della legge. “Non voglio che mia madre si preoccupi, anche lei vive come un’appestata, ma so che riesce a sopportarlo se io continuo a frequentare la scuola e a recitare la mia parte nella commedia che io e lei ci siamo inventati: fare finta che tutto vada bene” (pag. 15).

Ambientato in Francia, il romanzo racchiude in sé la fragilità di un bambino, l’insicurezza di un adolescente, l’intraprendenza di un giovane e il tentativo disperato di un uomo che tenta di cambiare il proprio destino maledetto. L’esperienza mette Bastian, sin dalla nascita, di fronte alle difficoltà della vita: la diversità, in particolare, vissuta con il suo carico di paura (angherie e soprusi subiti a scuola e per strada, oggi diremmo bullismo), di emarginazione sociale e di solitudine (un paria, uno da evitare ad ogni costo, per dirla con Bastian). “Non mi sono voluto rassegnare alla solitudine, a un surrogato di amore, ma ho creduto che l’amore, quello vero, potesse davvero cambiare le persone, sconfiggere i pregiudizi, i soprusi” (pag. 104). Una solitudine resa meno opprimente dalla condivisione di stati d’animo con altri lupi solitari: Lavinie e Genevie. Alla prima, una prostituta, Bastian è legato da un amore carnale e istintivo; alla seconda, una zingara, da un amore passionale e sentimentale. Tre universi paralleli, diversi tra loro ma con caratteristiche comuni: emarginati anche dall’amore. “Che follia, l’amore! fa credere all’impossibile” (pag. 78). Corpo e anima in perenne lotta per una sopravvivenza equilibrata.

L’Autrice, con questo romanzo, suggerisce diversi spunti di riflessione: dalla solitudine all’amicizia, dall’amore al senso della vita. Un racconto psicologico che indaga sia l’animo umano – assoggettato spesso a sovrastrutture mentali – che l’ostilità dell’ambiente in cui vive Bastian. Una favola moderna sul valore dei sentimenti che, nell’epilogo, si apre alla speranza: il riscatto di un uomo e la prospettiva di una vita nuova e meno dolorosa.


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10398048_420196928179986_8823668899121517855_nCiao, mi chiamo Pasquale, sono nato nel 1970 a Cerignola e sono un drogato di libri. Infatti, sin dall’età prescolare, i libri sono entrati nella mia vita con tutta la magia delle storie di carta. Due sono i titoli che ricordo sempre con particolare affetto: Biancaneve e i sette nani, preferito ai giocattoli quando avevo cinque anni, e Madame Bovary, acquistato in edicola con i soldi della paghetta settimanale all’età di quattordici anni. I libri mi hanno accompagnato durante gli anni del liceo, dell’università e del lavoro svolto per dodici anni nella Biblioteca comunale della mia città. Terminata l’esperienza di bibliotecario, ho continuato a farmi di libri. Nel 2009 è stato pubblicato il mio primo libro di racconti. Un libro galeotto, così l’ho definito, che ha favorito l’incontro con alcune associazioni culturali. Da allora non ho più smesso di promuovere la lettura e i libri anche come oggetti. Un giorno un giornalista mi ha chiesto: «Ma lei come si definisce scrittore o lettore?» Indovinate che cosa gli ho risposto? “Sono un lettore con vizio di scrittura!”

“Le recensioni di Pasquale Braschi” tornano martedì!

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