Racconto IL CRONOVETTORE

Guardate bene questa immagine e poi lasciatevi rapire da questo racconto…

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Racconto IL CRONOVETTORE

 Roma, sabato 4 aprile, 2015.

Una giovane donna bruna dai lineamenti soavi, scende da un autobus e si infila in una delle vie nella zona est del Colosseo alle undici e venti del mattino. Da una traversa, sbuca un uomo alto, abbigliato con un leggero soprabito e un cappello sulla testa che la segue a passo lento con le movenze di un felino. Lo sconosciuto,

avanza mostrando un volto compiaciuto e attento mentre, da lontano, scruta il suo obiettivo camminare ignaro e tranquillo verso un piccolo negozio di fiori. Prima che la ragazza possa abbassare la maniglia della porta per introdursi dal fioraio, all’improvviso, si sente afferrare il polso dal suo inseguitore.

«Io non lo farei, se fossi in lei.» le dice l’estraneo con uno strano accento, guardandola dritta negli occhi.

«Mi scusi, ma lei chi è?» domanda l’ignara romana.

«Diciamo che sono un amico e se la imploro di non entrare in questo negozio è solo per il suo bene.»

«Non si preoccupi, oggi è la mia giornata libera, se vuole, ha tutto il tempo di spiegarmi chi è e perché non dovrei entrare qui dentro!»

«Lo so che oggi è il suo giorno libero, so anche perché si trova qui, Nadia.» rivela lo straniero.

«Come fa a sapere come mi chiamo? È uno stalker?» sussulta la giovane.

«Non credo di conoscere bene il significato di questo termine, comunque sì, io conosco molte cose su di lei, ad esempio il fatto che si è recata qui oggi per comprare i fiori da portare al cimitero domani, quando andrà a trovare il suo defunto padre sepolto ormai da tre anni.»

«Lei deve essere proprio uno spione, quasi quasi chiamerei la polizia, lo sa che mi sta mettendo paura in questo modo? Chi le ha dato tutte queste informazioni così personali? Conosce uno dei miei amici? Ha preso informazioni su internet?»

«Mi piacerebbe molto poterle spiegare tutto, ma temo che non capirebbe. Se potessimo parlare con un pizzico di calma in più, forse… davanti a un buon caffè?» propone l’inseguitore.

«È fortunato che ci sia un bar proprio qui di fronte. Va bene, le concedo dieci minuti.»

L’uomo accompagna quella che per molti potrebbe sembrare in apparenza la sua vittima con fare umile e garbato, l’aiuta a sedersi e poi prende posto anch’egli al tavolo. Quando si toglie il cappello, si accorge di avere di fronte il negozio di fiori e nello sfondo uno scorcio di Colosseo che si intravede dietro i palazzi.

«Allora, sputi il rospo. Cos’è, un agente segreto?» dice scherzando, Nadia, sorseggiando dalla tazzina.

«Io viaggio nel tempo, Nadia, e se lei entrerà da quel fioraio, le accadrà qualcosa di cui si pentirà amaramente.» spiega lui, ammirando, nel frattempo, la bellezza della giovane.

«Dovrei scoppiare a ridere per quello che ha appena detto, non ha paura che possano rinchiuderlo in qualche istituto per matti?» chiede la donna, sforzandosi di non ridere a crepapelle.

«Non si preoccupi, so che tra poco cambierà opinione su di me, quando le racconterò ciò che sto per rivelarle o almeno, ci spero.»

«Davvero? Di sicuro non è italiano, visto come parla, comunque, coraggio… mi stupisca!»

«Ha ragione, io non sono italiano, ma parlo quasi bene una decina di lingue.»

«Sì, certo, come no.» afferma la donna, sbuffando.

«Okay, le darò del tu, verrà più facile esprimermi, posso?» chiede l’uomo con garbo.

«Accomodati.»

«Sei nata il venti febbraio millenovecentottantacinque, alle dieci e zero sei di una fredda serata d’inverno, lo so perché ti ho vista nascere e uscire dalla sala parto, tornando indietro nel tempo. Tu eri come nelle foto che tieni chiuse nella scatola di cartone custodite nell’armadio della camera da letto.» racconta l’ignoto viaggiatore.

«Ih… sei entrato in casa mia!» grida lei, più che infastidita.

«Ti prego, non interrompermi, ormai ho fatto questo discorso già una decina di volte e tu reagisci sempre in maniera davvero imprevedibile.»

«Io dico che qui ci scappa una bella denuncia!» esclama Nadia, incrociando le braccia, mostrando chiari segni d’irritazione.

«Eri piccola, tutta arrossata e sei venuta al mondo già con un ciuffetto attorcigliato sulla fronte. Tuo padre si presentò con un’ora di ritardo quella sera, l’avevano costretto a rimanere a lavoro nonostante avesse chiesto il permesso per venire a vederti. Tua madre era esausta, ma ti teneva stretta dopo che le infermiere ti hanno lasciato tra le sue braccia.»

«Davvero commovente, mister mistero, ma ancora non ci vedo niente di sorprendente nei tuoi discorsi.» commenta Nadia, guardandosi attorno con aria di sufficienza.

«All’età di cinque anni, hai ricevuto la tua prima bicicletta bianca e rosa, il primo giro lo facesti in un parco non lontano da qui, ma non è durato molto perché, un’ora dopo, si era messo a piovere e siete scappati via. A scuola, ti prendevano sempre in giro a causa delle orecchie pronunciate che crescevano più in fretta rispetto a tutto il resto, infatti, ancora oggi, porti i capelli lunghi nell’intento di nasconderli, reduce di quel trauma adolescenziale. A quattordici anni, hai dato il tuo primo bacio e, a giudicare dalla smorfia che hai fatto, non deve essere stato un granché, di tanto in tanto, ti capita di rivedere in giro il tuo vecchio compagno di scuola e fai finta di non notarlo proprio per non incorrere in quel tipo di spiacevole imbarazzo. Quando sei cresciuta, adoravi scorrazzare in sella sui motorini, il vento fra i capelli ti faceva sentire libera non appena evadevi con piacere dai tuoi impegni con i libri di scuola. Sei così testarda che hai voluto prendere a tutti i costi, la patente e dopo che l’avesti ottenuta, ti sei resa conto che il traffico di Roma era più forte di te. Sei stata fidanzata sette volte, però, solo tre storie hanno contato davvero qualcosa per te, il resto è stato solo tempo sprecato. Ogni volta che puoi, vai allo stadio a tifare per la tua squadra del cuore, ti piace passare i pomeriggi liberi con la tua migliore amica e non ami più nessuno da ben sei lunghissimi anni. Sognavi di fare la modella, ma uno spiacevole episodio accaduto durante il tuo primo casting, ti ha fatto cambiare idea per sempre, catapultandoti dritto nel mondo del lavoro vero come segretaria in un’azienda produttrice di pannelli fotovoltaici.»

«Basta! Fermati! Come fai a sapere tutte queste cose?» urla Nadia sgranando gli occhi.

«Perché l’ho visto, più e più volte.» risponde l’enigmatico solitario.

«Sì, ma perché proprio io? Che hai da venirmi dietro? Cosa vuoi da me?» chiede la bruna, scombussolata.

«Io… ho girato il mondo, da nord a sud, da est a ovest, ho varcato i confini del tempo e, benché potessi vedere con questi miei occhi migliaia di volti tutti diversi, solo il tuo, credimi, soltanto il tuo mi ha stregato.»

«Io non ti ho mai visto prima d’ora, ne ho già subiti tentativi di abbordaggio, ma sinceramente, tu mi metti angoscia. Perché dovrei crederti? Questa città è piena di ciarlatani e impostori, io sono stanca di avere solo delusioni!»

«Questo lo capisco, non mi aspetto che tu sia accondiscendente proprio oggi, sto solo cercando la maniera giusta per poterti convincere, una volta per tutte, che puoi fidarti di me. A dire il vero, abbiamo già fatto questa chiacchierata, in molte occasioni e, ogni giorno che passa quando torno qui, riesco a guadagnare qualche minuto in più.»

«Ma che romantico, e dimmi: come fai a viaggiare nel tempo signor, io so tutto?»

«Io mi chiamo Robin, Robin Merris. Mio padre, Jonathan, appartiene a questo tempo e ha inventato il cronovettore, un marchingegno per il quale, se si inseriscono le giuste formule matematiche, riesce ad aprire un varco nello spazio tempo. Sono lontani ormai quei giorni in cui effettuò il suo primo viaggio, da allora ne sono accadute di cose. Adesso vive insieme a mia madre, anche lei varcava le soglie del tempo, ma con un altro tipo di invenzione, ma se non fosse stato per mio padre, tutto ciò non sarebbe mai stato neanche lontanamente ipotizzabile. Ora sono io che conduco gli esperimenti e sto cercando di specializzarmi nel campo degli universi interdimensionali e in ognuno di essi in cui mi vado a cacciare, tu appari sempre raggiante, con questo lungo abito a fiori e i capelli lunghi, peccato soltanto che in ogni realtà alternativa, qualcosa ci divide inevitabilmente, ancora non riesco a spiegarmi il perché!»

«Ah! Forse perché non ho nessuna voglia di conoscere gente stramba come te? Dovresti chiedertelo.»

«No, non è possibile, ci deve essere una probabilità su mille che in uno di questi universi tu possa amarmi, è diventata la mia ossessione, una vera e propria missione scientifica, e ti garantisco che ne verrò a capo, prima o poi!»

«Sicuro, basta crederci.» afferma la donna, sfottendo il suo interlocutore.

«Tu non capisci. Dall’anno da cui vengo, tutto questo è già sparito, tutti i monumenti che adesso ti sembrano indistruttibili, tra una manciata di secoli, saranno rasi al suolo. Il mondo non sarà più come lo vedi adesso, Nadia… io vengo dal quattromilaottocentodieci!»

«Bene Roberto, Robin o come cavolo dici di chiamarti. Secondo me, tu hai fuso la tua materia cerebrale. Ti ringrazio per la chiacchierata, guarda, te lo pago io il caffè se era questo nelle tue intenzioni, adesso, però, devo proprio andare, ma tranquillo, ci vediamo in un’altra dimensione, giusto?»

«Aspetta, Nadia! Ti prego, non entrare in quel negozio!» Grida disperato, Robin.

La giovane romana si avvia a passo svelto per allontanarsi il prima possibile da quello che a lei appare come una specie di pazzo maniaco. Il figlio di Jonathan Merris rimane a guardarla impietrito restando seduto al bar, con una freddezza a dir poco spiazzante. Nadia spalanca la porta del negozio di fiori e dopo una decina di minuti, la vede accasciarsi a terra priva di sensi.

L’aveva vista morire centinaia di volte in altrettante centinaia di modi diversi: annegata, accoltellata, investita, colta da infarto, suicidata… e, ogni maledettissima volta, non era riuscito a salvarle la vita. In questa occasione, gli è toccato vederla soccombere a causa di un rarissimo shock anafilattico per via di una allergia scatenata da qualche tipo di vegetale tenuto in esposizione dentro al negozio di fiori.

A Robin, non rimane altro che alzarsi in piedi e indossare di nuovo il suo cappello. Una giovane coppia di turisti che passano di lì per caso, assiste all’increscioso accaduto e si dividono: la donna si precipita da Nadia per prestarle soccorso al fianco del negoziante, il suo compagno, invece, si mette all’inseguimento dell’uomo con il soprabito e il cappello che, nel frattempo, si è già messo in marcia costeggiando il marciapiede a passo arrancato. Un debole eco di sirene si ode tra le vie della città eterna e il turista che insegue l’unico potenziale indiziato è in procinto di agguantarlo alle spalle, ma proprio quando questi svolta l’angolo, di lui non c’é più alcuna traccia.

Un altro viaggio nel tempo è andato vano per l’unico erede di Jonathan Merris e, adesso, l’ennesimo fascicolo recante una morte sinistra, rappresenta una bella gatta da pelare per gli investigatori di Roma.

Breve spin-off de “Il manoscritto di Jonathan Merris” di Gero Marino.  


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13153430_1828204197411383_1049826915_n (2)Gero Marino è nato e cresciuto in Sicilia, originario della stessa città natale di Andrea Camilleri.
Classe 1980 con diploma commerciale e alle spalle una lunga carriera da dipendente, è appassionato di fantascienza, racconti distopici, realtà alternative, scenari apocalittici, misteri e archeologia eretica, coltiva la passione per la scrittura districandosi tra opere in self publishing,il proprio blog e i social network.

Sito internet Gero Marino


Questi racconti fanno parte della raccolta GOCCE DI PAROLE di Gero Marino, aquistabile a € 0,99  cliccando qui. Si tratta di una piccola raccolta variegata che contiene un numero in continua evoluzione di storie e sketch che spaziano dall’horror, al romantico, al noir ecc.


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