IL FOTOGRAFO: un racconto di Gero Marino

IL FOTOGRAFO

 IL FOTOGRAFO

Qual è il colmo per un fotografo? Vi chiederete. Dovrete sudarvela la risposta, ma vi garantisco che l’avrete solo alla fine della mia storia.

Mi chiamo Oliver e vivo a Hollywood, la mecca del cinema, dove i sogni prendono vita e poi rimangono per sempre nella storia o almeno così credevo quando sono arrivato da Boston per aprire il

mio squinternato studio fotografico. Vi rivelerei anche il mio cognome se quanto sto per raccontarvi fosse soltanto un breve scorcio di quotidianità, dopo tutto, sono in cerca di pubblicità!

La verità è che io stesso stento ancora a credere a ciò che mi è capitato, non so se sono vittima di un brutto incubo o se devo rassegnarmi e basta.

Una sera di metà novembre, tanti anni fa, organizzai uno dei miei soliti casting strampalati per scegliere una modella e creare un book fotografico. Di solito mi facevo pagare se una di loro veniva da me per realizzarne uno privato da sottoporre a qualche casa di produzione oppure a un regista, a quei tempi però, ero a corto di lavoro e così creai l’evento per attirare delle ragazze a costo zero e successivamente portare il frutto della mia creatività a una mostra. Non è inusuale che gli artisti di prima leva come lo ero io dividessero lo studio a metà tra un posto di lavoro e un’abitazione, avevo preso in locazione un magazzino ben arredato che spesso fungeva anche da location per i miei scatti.

Ma a chi voglio prendere in giro? Ero indietro con l’affitto e Janine, la mia assistente, non percepiva compensi da almeno tra mesi, se dopo quella mostra non avessi più ricevuto incarichi, sarei dovuto scappare di notte e prendere il primo treno per lasciare la città, e se state pensando che sia uno di quelli che si portano a letto le giovani modelle in cerca di fama, beh… c’avete proprio azzeccato!

Era appena calato il sole quando una ventina di splendide fanciulle passarono dalla scrivania di Janine per la registrazione e presero posto in una sala attrezzata di sedie disposte in fila per cinque. Stavo per iniziare a presentarmi a loro con i miei soliti discorsi astratti pieni di paroloni da fenomeno da baraccone che servivano soltanto a creare false speranze e al massimo, rimediare una notte di sesso a buon mercato, quando all’ultimo momento entrò una donna che catturò completamente la mia attenzione.

Passò davanti a tutti con disinvoltura e un’aria smaliziata, quasi fosse venuta per fare un favore a qualcuno a differenza delle altre che sembrava avessero olio bollente sotto le natiche. Trovò posto nell’ultima sedia libera al centro della sala e prese a fissarmi manco fossi una specie di preda. Improvvisamente, cominciai a sentirmi scombussolato, accaldato come se al suo arrivo mi avesse strasmesso una malattia infettiva in un microsecondo, uno stato febbrile mai provato prima, sudavo e mi girava la testa. A metà del mio squallido show, dovetti interrompere ogni discussione, non riuscivo più a mettere insieme le parole.

Quando le presenti si accorsero del mio viso impallidito per paura che mi venisse qualche mancamento, a un a una, si alzarono e se ne andarono via.

“Maledizione” – pensai, “questa è proprio la fine”.

Potevo giurare di aver visto uscire tutti, invece la sconosciuta rimase esattamente al suo posto. Non sembrava giovane quanto le sue concorrenti che si aggiravano fra i venti e ventiquattro anni, doveva averne almeno dai ventisei in su. Mi piegai in due sulla mia sedia dietro la scrivania, tanto erano le fitte che provavo allo stomaco, ma cosa mi stava succedendo? Colpa di qualcosa che avevo mangiato? Qualcuna delle modelle che mi ero portato a letto mi aveva trasmesso l’Aids? Ancora non lo sapevo. Sentivo svanire la forza dal mio corpo, gli arti intorpiditi, un formicolio lungo tutta la schiena e lei non faceva altro che continuare a fissarmi per tutto il tempo. I minuti mi sembravano ore interminabili, “Chiami un’ambulanza, la prego!” – le gridai addosso, “Janine, Janine dove sei?” – urlavo delirante.

Si alzò dalla sedia con un sangue freddo degno di un soldato nazista, badando bene di non distogliere mai i suoi occhi da me. Vestiva con un look retrò; all’inizio aveva addirittura solleticato le mie più torbide fantasie sul burlesque e già avevo ipotizzato per lei dei meravigliosi scatti in stile vintage, con la grazia che le era propria avrei di sicuro fatto faville!

Si adagiò sopra la scrivania e mi afferrò per la cravatta, “La tua Janine se n’è andata dieci minuti fa, le ho detto che volevamo restare soli…” – rivelò, sussurrandomi a un orecchio.

“Cristo!” – pensai, “Proprio adesso che ho la cera di un moribondo”.

“Non ti preoccupare, andiamo nella camera da letto, mi prenderò io cura di te, vedrai che dopo ti sentirai molto, molto meglio.” – disse sorridendomi.

Mi prese per mano e mi trascinò dall’altra parte del locale. Da come si atteggiava, credevo fosse pronta a sbranarmi, invece, mi chiese solo di farle una semplice fotografia. Si adagiò su un fianco, con una mano su una coscia e l’altra sopra il materasso, in un attimo di lucidità le feci quello scatto a figura intera.

“Senti, io non sto bene, non sono nemmeno sicuro che ci sia il rullino dentro questa macchina, perché non torni un’altra volta?” – le suggerii. Poi svenni e finii stramazzato sul pavimento, ricordo che udii distintamente la mia Nikon piombare a terra e sbriciolarsi in mille pezzi.

“Che tragedia! C’era mezzo rullino pieno di fotografie al suo interno!” – ricordai un secondo prima di perdere completamente i sensi.

Poco dopo mi svegliai, ed ero sul letto, nudo come un verme e quella donna se ne stava seduta accanto a me con una mano sopra il mio petto quasi le fungesse da stetoscopio mentre si fingeva un’infermiera provetta.

“Come ti senti adesso?” – mi chiese con un accenno di sorriso.

“Sto meglio, grazie.” – le risposi imbarazzato, “Perché sono senza i miei vestiti?” –  le domandai.

“Eri tutto accaldato, avevi la febbre alta, ma ci sono io qui con te e, poiché ti sei ripreso, adesso voglio farti un dono che non scorderai per il resto della tua lunghissima vita.” – mi rivelò con la sua voce suadente.

Ero così intontito che non mi balenò in testa nemmeno l’idea di chiederle come si chiamasse, mi trovavo nelle stesse condizioni delle peggiori sbronze da sabato sera dopo aver mandato giù fiumi di alcol un bicchiere dopo l’altro per dimenticare tutti i problemi che mi attanagliavano.

La sconosciuta si alzò in piedi e cominciò a spogliarsi adagio come una vera stripper: prima la camicetta color seta, spezzata dalle fantasie scure e rotonde, poi la gonna nera, il reggicalze, la bigiotteria e, infine, quello che rimaneva della lingerie.

Sfoggiò tutta la sua naturale bellezza impressa su un corpo statuario che sembrava scolpito dalle mani di un Dio, rimasi a guardare stupito ogni curva perfettamente levigata delle generose rotondità di cui era dotata e scrutai ogni tratto del suo viso che ancora oggi, di tanto in tanto, torna a trovarmi di notte nei miei sogni. Slegò i lunghi capelli bruni che aveva tenuto racchiusi con un fermaglio e li lasciò cadere sulle spalle. Sentivo una sensazione di freddo gelido lungo il mio collo, come se qualcuno c’avesse fatto scivolare sopra gocce d’acqua sciolte da un cubetto di ghiaccio. Armata di tutto il suo fascino, si accomodò accanto a me sul letto e ancora una volta poggiò la mano sopra il mio petto beandosi di ogni battito del mio cuore, nessun’altra prima di lei si era dimostrata così romantica a tal punto. Sorrideva, pareva felice in quei frangenti e teneva gli occhi vispi come una bambina davanti a un vaso pieno di caramelle. Prese posizione sopra di me, divaricando le gambe e portandomi alla vista tutta la gloria dei suoi fantastici seni sodi e rotondi. Il mio istinto animale stava emergendo pronto ad avere il sopravvento, e non volevo altro che saggiare quella pelle chiara, giovane e perdermi nella sua morbida freschezza. Conduceva lei il gioco, afferrandomi per i polsi e stringendoli proprio come un dottore avrebbe fatto per tastare la pressione arteriosa. Chi era quella donna? Non l’avevo mai vista prima da nessuna parte sulla faccia della Terra, nessun catalogo, nessuna foto, niente! In quel momento la vedevo solo come un angelo caduto dal cielo, scesa tra i mortali per portare le sue grazie ai poveri falliti come lo ero io.

Si avvinghiò a me, mi bramava e riempiva la mia bocca di lussuriosi baci appassionati; mi teneva prigioniero sotto di sé come una fattucchiera incanta uno sconosciuto pagante con i suoi tarocchi, eppure viveva qualcosa di tetro nelle sue pupille che faceva temere per la mia insulsa vita, mi sentivo stretto da una mantide religiosa, che stacca la testa al proprio compagno dopo l’accoppiamento, anche se, in verità, pregavo che quel momento di estasi non finisse mai. Stavo godendo a pieno di ogni piacere terreno, ogni meravigliosa sensazione della carne, aveva avvolto il mio spirito immergendolo in un’incubatrice fatta di amore e di attenzione, non come le solite sgualdrinelle che si concedevano per il proprio tornaconto. Protagonista di uno straordinario gioco di ruolo, fu lei che entrò dentro di me, nello spirito. Mi abbandonai all’estasi, al dolce profumo dei suoi capelli, alle carezze lusinghiere e al suo sguardo complice, poi persi i sensi.

Riacquistai coscienza all’alba, quando il sole iniziò a penetrare dalla finestra che rifletteva la sua luce ai piedi del letto, avvertivo un forte bruciore sulle gambe e le ritrassi per paura che finissero in fiamme neanche fosse pieno agosto. Guardai tutto intorno a me, ma non c’era più niente, né lei né i suoi vestiti. Cominciavo a pensare che qualcuno mi avesse drogato, forse Janine, visto tutti i soldi che le dovevo, oppure una delle ragazze che mi aveva offerto un caffè fatto con la macchinetta che tenevo in cucina, una delle tante mosse astute per catturare la mia attenzione. Eppure il profumo di quella donna sconosciuta era rimasto sulle lenzuola. C’era solo una cosa da fare: sviluppare il rullino!

Andai nella camera oscura dopo che raccolsi la macchina fotografica che avevo abbandonato sul pavimento mezza scassata, sicuro delle risposte che mi attendevano sotto forma di immagini. Ironia della sorte, stavo proprio bene immerso nel buio, al riparo della luce naturale, che avessi sviluppato una sorta di nuova intolleranza?

Un paio d’ore più tardi le figure iniziarono a emergere sulla carta. Appesi gli scatti per farli asciugare, come al solito. Lungo un’abbondante sfilza di figure ritratte nelle vesti di splendidi corpi femminili, arrivai a intravedere il volto ammaliante di quella specie di vedova nera fatta donna.

L’asciugai per bene, poi accesi la luce e, come per magia, le sue sembianze si erano dissolte nel bel mezzo dell’obiettivo. Una sensazione di paura mi attorcigliò le budella, non poteva essere vero, non era possibile che avessi fotografato un fantasma! Eppure il letto dentro lo scatto era completamente vuoto! In un gioco di luci e ombre intravidi delle macchie poste sullo specchio che era appeso sopra la testa del letto, avrei giurato di aver fotografato anche il mio riflesso al suo interno, mi aspettavo di vedere il mio corpo con la faccia coperta dalla mia Nikon stretta tra le mani mezzo moribondo. Così decisi di fare un ingrandimento. Quando sviluppai per l’ennesima volta la foto, al centro dello specchio non trovai nessuna figura a parte l’ombra della mia macchina fotografica, tuttavia, campeggiava una scritta fatta con un rossetto color rosso sangue che recava il messaggio: “Benvenuto nel mondo dei vampiri.”

Qual è dunque il colmo per un fotografo? Direte voi. Provare lo sballo? Sfasciare l’attrezzo del mestiere? Tentare la strada del successo con ogni mezzo?

No, il colmo per un fotografo è correre in bagno terrorizzato e scoprire che la sua immagine non si riflette più nello specchio!


 

L’AUTORE

13153430_1828204197411383_1049826915_n (2)Gero Marino è nato e cresciuto in Sicilia, originario della stessa città natale di Andrea Camilleri.
Classe 1980 con diploma commerciale e alle spalle una lunga carriera da dipendente, è appassionato di fantascienza, racconti distopici, realtà alternative, scenari apocalittici, misteri e archeologia eretica, coltiva la passione per la scrittura districandosi tra opere in self publishing,il proprio blog e i social network.

Sito internet Gero Marino


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Questi racconti fanno parte della raccolta GOCCE DI PAROLE di Gero Marino, aquistabile a € 0,99  cliccando qui. Si tratta di una piccola raccolta variegata che contiene un numero in continua evoluzione di storie e sketch che spaziano dall’horror, al romantico, al noir ecc.


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