IL VISITATORE

 

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IL VISITATORE

Ero sua, dopo un anno o poco più, ero finalmente sua, corpo e anima. Mi abbandonai tra le sue braccia come se avessi aspettato da secoli, fin da bambina, la sua venuta.
Facevo la cameriera in una stazione di servizio a quel tempo, una delle poche attività che mi consentissero di sbarcare il lunario in attesa di finire gli studi all’università di Stanford, nel cuore della Silicon Valley. Sulla targhetta appesa sopra la mia vecchia divisa, c’era impresso ancora il mio nome di quand’ero una giovane sognatrice ingenua, Katie Myers.

Veniva spesso a mangiare sedendosi ai tavoli dove servivo e mi guardava con la sua espressione candida, quasi angelica direi. Mangiava di tutto: il piatto del giorno, le crostate e perfino la schifosissima minestra di fagioli che cucinava Santos, quella specie di mezzo cuoco messicano. Solo da quei miseri dettagli avrei dovuto capire che c’era qualcosa di strano in lui, sembrava che assaggiasse ogni pasto come se avesse un sapore nuovo.
A chi dovrei raccontare questa pazza esperienza? Nessuno mi crederebbe! Potrei stare ore e ore a parlare di lui, descrivere le sue sembianze, le sue movenze, la maniera intensa in cui mi fissava. Mi faceva sentire speciale, a me, che portavo un paio di occhiali giganti sul naso e le lentiggini, alta appena un palmo sopra la sua metà, che spesso e volentieri gli rovesciavo il caffè sui pantaloni, tanto ero impacciata. A essere sincera, non aveva una bellezza prorompente, forse più dell’aspetto mi avevano attirato gli atteggiamenti singolari, prudenti e, in certe occasioni, ammiccanti.
Era timido, specie agli inizi. Da quel poco che capii, si sentiva a suo agio con me malgrado la lontananza da casa. Prendemmo confidenza con il giusto tempo, giorno dopo giorno; si presentava a lavoro con dei bigliettini bizzarri recanti strani disegni numerati accompagnati da frasi simpatiche o romantiche.
“Non buttarli via” – mi diceva, “vedrai che alla fine comporranno un grande favoloso disegno.”
Non ho mai capito chi fosse quello più uscito di senno, se lui che me li portava o io che li gettavo nel mio cassetto. Andavo sempre di fretta, sempre in corsa contro il tempo: i clienti da servire, gli esami da preparare, la casa da rassettare… troppa ansia, troppo stress!
Lo vedevo solo come un conoscente, una specie di disadattato solitario, a volte, quando torno indietro nel tempo con i miei ricordi, mi domando quando fu il vero giorno che persi la testa per lui. Probabilmente quella volta che mi chiese un passaggio a bordo della mia scassatissima Cadillac, sì… ora che ci penso, ricordo che appoggiò la mano sinistra sopra la mia spalla dopo che gli raccontai di tutte le mie storie strampalate che avevo avuto con quei decerebrati dei miei ex fidanzati, credo di aver buttato giù un paio di lacrime mentre guidavo verso sud in direzione di Mountain View, questo lo intenerì al punto da offrirmi un po’ del suo conforto. Da quel momento in poi ne fui come stregata, la sua aurea mistica si fuse con la mia sregolatezza, i suoi occhi freddi mi penetrarono nel cervello mandandolo in tilt, si era impadronito dei miei pensieri e non ho più saputo opporre resistenza.
Facemmo l’amore più e più notti, ogni volta come se fosse la prima, nessuno mi aveva fatto vibrare tanto in vita mia. Tastava il mio petto e sentiva le mie emozioni, mi sfiorava la fronte e carpiva ogni mio pensiero. Precedeva i miei passi con un giorno di anticipo come se avesse poteri di chiaroveggenza, se rischiavo di ammalarmi con un raffreddore, se mi fosse insorta un’emicrania, se la lama di un coltello mi avrebbe lacerato il palmo di una mano.
Credevo di aver trovato un porto sicuro dove ormeggiare il mio cuore, qualcuno che fosse rimasto al mio fianco per sempre, poi di colpo, la rivelazione.
«Non mi hai ancora detto perché ti chiami Ron.» chiesi l’ultima notte che passammo insieme.
«Non è un nome, dal posto da cui provengo simboleggia soltanto la mia casta.» rispose lui, abbracciato dietro di me.
«Come? Dalle tue parti non avete nomi di battesimo? Cos’è, una tribù?» scherzai.
«Ormai posso dirtelo, visto che domani ti sveglierai sola e vorrai sapere il perché.»
«Che cosa stai dicendo?»
«Io non sono di questo pianeta, Katie. Sono arrivato qui per sbaglio, uno sbaglio che rifarei altre migliaia di volte. Ho mandato un segnale di soccorso prendendo in prestito questo corpo, l’uomo a cui appartiene lavora al Seti, solo da quel centro ricerche ho potuto tracciare la mia posizione per essere recuperato. C’è voluto più di un anno, ma fra qualche ora, i miei simili verranno a prendermi e io dovrò andare via insieme a loro.»
«Ma che diavolo dici? Fai uso di droghe adesso?» lo accusai agitata.
«Nessuna droga. Lo so che non mi credi, pensi che io sia pazzo, che ti stia ingannando, ma ti garantisco che non è così e al momento stabilito ne avrai anche le prove.»
«E da dove vieni allora? Cosa sei?» gli domandai preoccupata.
«Voi umani siete una razza primitiva, riuscite a percepire solo alcune delle tante dimensioni che in realtà esistono tra le galassie. Sono certo che anche spiegandoti, non capiresti, per noi sono come porte da attraversare per balzare da un luogo remoto del cosmo a un altro.» rivelò con una calma agghiacciante.
«Tu non andrai proprio da nessuna parte!» gli ordinai in preda alla collera, in quel momento mi sentivo raggirata, come se avessi a fianco uno dei soliti stronzi che conquistano una donna e poi se la svignano il mattino dopo.
«Tranquilla, non devi temere. Quando io me ne andrò, tu sarai nel sonno più profondo, non vedrai niente di sconvolgente e così potrò restituire questo corpo al legittimo proprietario.»
«E a chi apparterrebbe allora?»
«L’ho sottratto a un ricercatore del Seti, avevo bisogno delle sue credenziali per avere l’accesso in quel posto: carte magnetiche, documenti. A quest’ora sua moglie lo starà cercando, non so però se ne abbia una o se vivesse solo.»
«Se pensi che ti lasci andare via con questa scusa assurda, allora ti sbagli di grosso mio caro! Prenderò un litro di caffè se necessario, starò in piedi tutta la notte, aspetterò che si faccia giorno e vedrai che dopo ci faremo quattro risate. Queste sono tutte stronzate! Se sei sposato, potevi dirmelo prima no?»
«Calmati, non è così che andrà. Quei bigliettini che ti ho dato, mettili insieme seguendo l’ordine cronologico per come li hai ricevuti e dopo capirai.»
«Cos’è? Una specie di puzzle gigante?»
«Sì.»
«Tornerai a trovarmi?» gli chiesi girandomi verso di lui per guardarlo un ultima volta.
«Questo non lo so. Ci vogliono molti dei tuoi anni per attraversare i sentieri dello spazio.»
«Allora ho paura che non mi troveresti più, sarò vecchia a quel punto, oppure morta.»
«Dai sempre tutto per scontato, è uno dei tuoi maggiori difetti. Mi mancheranno le cose che avete qui: il cibo, la musica… l’amore. Tuttavia, non me ne vado senza lasciarti un dono.»
«Che regalo?»
«Mentre dormivi, durante queste notti, ho rallentato il tuo processo di invecchiamento, ho impartito un nuovo ordine alle tue cellule: si replicheranno e si sostituiranno con più lentezza. Questo dovrebbe regalarti una speranza di vita più lunga di venti o trent’anni se condurrai una vita sana e senza eccessi e, chissà, forse un giorno ci rivedremo.»
«Tutto ciò è ingiusto.» dissi piangendo «non puoi entrare nelle vite delle persone e poi andartene via in questo modo.»
«Io non volevo entrare nella vita di nessuno» raccontò rammaricato «sono capitato qui per sbaglio. Un giorno entrai in un bar per mangiare e mi sono trovato davanti un essere puro quasi quanto me, questo mi ha fatto perdere la testa e non ci sarà giorno che non ti penserò quando sarò in viaggio fra le stelle.»
«Portami con te allora!»
«Non sopravvivresti, noi siamo oltre la materia. Adesso chiudi gli occhi amore mio e cerca di dormire.»
Urlai un secco “no” che credo sia giunto oltre i confini della Via Lattea, pensavo di farcela, di restare vigile, ma poco dopo, Ron poggiò la sua mano sulla mia fronte, poi sugli occhi finché caddi in un profondo stato di incoscienza. Ne sapeva una più del diavolo e io non potei farci niente.
Mi svegliai il mattino dopo assieme al tizio al quale aveva sottratto le volontà. Si sentiva male come se si fosse risvegliato da un coma profondo. Chiamai un’ambulanza e andai a trovarlo in ospedale a sera che lo stavano già dimettendo. Lo tennero in osservazione tutto il giorno solo per precauzione, ma tutti gli esami cui era stato sottoposto risultarono negativi. Scoprii infine che si chiamava Marc Rogers e, a giudicare dai suoi vuoti di memoria, non era affatto l’uomo di cui mi ero follemente innamorata. A sua insaputa, presi informazioni per capire se soffrisse di qualche disturbo della personalità, ma non trovai nulla, poi mi ricordai dei bigliettini. Li attaccai uno accanto all’altro con precisione maniacale, finché non occupò metà di un’intera parete. Il disegno d’insieme che venne fuori fu una gigantesca mappa stellare che Dio solo sa dove portava, di sicuro oltre il nostro sistema solare. Chiamai un fotografo professionista e gli ordinai di imprimere quell’immagine su un supporto cartaceo, badando bene di farmi consegnare i negativi, poi li raggruppai in un bel mucchietto e bruciai i biglietti che Ron mi aveva donato, dissi al fotografo che quella era semplicemente una composizione artistica di un mio vecchio amico, solo così potei fornire una scusa plausibile evitando domande scomode.
Più passa il tempo e più comprendo quanto reale è stato tutto ciò che ho provato, l’amore verso un essere straordinario che mi ha fatto sentire speciale, sebbene soltanto per un anno.
Serberò sempre un posto speciale per lui nel mio cuore e nonostante i miei novant’anni, ancora oggi guardo le stelle ogni notte prima di andare a dormire, domandandomi in quale remoto angolo di Universo si possa trovare in quel determinato momento, sperando che un giorno faccia di nuovo rotta verso la Terra e ritorni da me per restare fino alla fine della mia vita.

Grazie a Gero Marino per averci donato un altro meraviglioso racconto!


13153430_1828204197411383_1049826915_n (2)Gero Marino è nato e cresciuto in Sicilia, originario della stessa città natale di Andrea Camilleri.
Classe 1980 con diploma commerciale e alle spalle una lunga carriera da dipendente, è appassionato di fantascienza, racconti distopici, realtà alternative, scenari apocalittici, misteri e archeologia eretica, coltiva la passione per la scrittura districandosi tra opere in self publishing,il proprio blog e i social network.

Sito internet Gero Marino


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