CHI VA E CHI RESTA

CHI VA E CHI RESTA

CHI VA E CHI RESTA

Era una notte buia e tempestosa, ma non una di quelle da film dell’orrore, solo il meteo capriccioso che aveva deciso di rendere il viaggio di Steven Parker davvero avvilente a causa di un temporale estivo improvviso. Affermato ormai da anni come fisioterapista a Los Angeles, scelse di tornare a casa dai suoi genitori per festeggiare assieme a loro il quarantesimo anniversario di matrimonio. Il taxi si fermò proprio davanti alla casa dov’era nato e cresciuto: un discreto

edificio a due piani dipinto a tinte chiare con tanto di vialetto davanti alla porta d’ingresso e un comodo garage a fianco, in puro stile americano sito a nord di Simi Valley. Entrò dentro, salutò il padre con una vigorosa stretta di mano e la madre con un fortissimo abbraccio, fece il pieno di domande da parte di entrambi che gli offrirono una tazza di tè prima di servire la cena. Nell’attesa di sedersi a tavola, si mise a curiosare girovagando in casa per soffermarsi sui cambiamenti. Dopo un’assenza protrattasi da così tanti anni, tutto gli apparve molto piccolo, dopo il college, infatti, non aveva più fatto ritorno nella sua vecchia casa natale. Lo scantinato sembrava una minuscola tana per topi, anche se Christopher Parker la teneva pulita e in ordine, a parte le cianfrusaglie sparse qua e là. In garage, sotto uno spesso telone di cerata grigia, se ne stava tranquillamente parcheggiata la sua vecchia gloria di quand’era ragazzo: una Chevrolet Chevelle del sessantanove di colore blu dalle doppie strisce da corsa bianche che spezzavano in due il profilo della vettura partendo dal cofano motore fino al bagagliaio.

Steve alzò il telo un paio di secondi per dare una breve occhiata al muso, le cromature erano ancora perfette.

Si spostò di sopra, visto che il soggiorno, la sala da pranzo, la cucina e tutto il resto, di sotto, erano cambiati poco e niente, solo le scale furono rifatte da poco, a detta del padre, scricchiolavano troppo e temeva qualche pericoloso cedimento, poi qualche tinteggiatura in camera da letto oltre a quella dello steccato e la facciata dello stabile. Nella stanza degli ospiti campeggiava una moquette nuova talmente immacolata che sembrava non fosse mai stata calpestata, Miranda Parker, sua madre, non vide l’ora di posarla quando i suoi nipoti, Andy e Josh, figli di Sara, la sorella di Steve, finalmente crebbero, dopo un lungo periodo di acque agitate nel bel mezzo di un divorzio caduto dal cielo a sorpresa come una saetta.

Entrando nella sua stanza, gli parve di salire a bordo di una macchina del tempo, scorci di ricordi fulminei gli apparvero dal nulla come brevi parentesi allucinatorie. Sulla parete, c’era appesa ancora la sua vecchia chitarra, oltre a qualche poster di Clint Eastwood da una parte e gli Eagles dall’altra.  Si fermò a osservare vecchie fotografie ancora attaccate sotto lo specchio e dentro le ante degli armadi, subito venne travolto da antichi  fantasmi del passato e dolci attimi sfuggenti della sua adolescenza. Gli tornarono in mente i compagni di scuola di una volta, i vicini di casa che adesso non c’erano più e poi lei, Grace Adams, la sua prima amica del cuore sin da quando aveva undici anni e lei appena otto. Erano cresciuti insieme legati da un forte sentimento che nacque già dal primo bacio, anche se poi non si tramutò mai in vero amore o almeno questo era quello che si ripeterono fino a quando le loro strade non si divisero. Prese in mano quella foto che li ritraeva entrambi abbracciati, ancora giovani e magri, ma armati di smagliante sorriso, lui con un grosso ciuffo nero in testa, lei con le treccine biondo scuro che le arrivavano fin sulle gracili spalle.

«Te la ricordi ancora, vero?» disse sua madre sopraggiunta di soppiatto dietro di lui.

«Come potrei mai dimenticarla? Praticamente, era un pezzo di me.» rispose lui, munito di un sorriso malinconico.

«Eravate così uniti che avevo scommesso con tuo padre che sareste finiti insieme e alla fine ho perso.»

«È la vita, mamma, a volte ci riserva alcune sorprese.»

«Chi, meglio di me, ne sa qualcosa? Siete rimasti in contatto? Vi siete sentiti per telefono, qualche volta?»

«No, mai. Solo una breve corrispondenza, poi più niente. Chissà dove sarà finita, adesso.» si domandò Steve, guardando in direzione della finestra.

«Lei è sempre rimasta dove l’hai lasciata, lavora nella bottega di suo padre, è morto ormai da sei anni, il povero Martin Adams, Grace adesso sta dietro il bancone a servire i clienti. Potresti fingerti acquirente e passare a trovarla per vedere se ti riconosce, che ne pensi?» le rivelò Miranda.

«Cosa? Idea pessima, davvero. Dovresti andare di sotto e dare un’occhiata al tuo stufato, ho una fame da lupi, non vorrai lasciar morire di fame tuo figlio?»

«C’è tuo padre davanti ai fornelli, non mi liquidare così in fretta giovanotto, ricordati da quale ventre sei venuto fuori, ti conosco come le mie tasche, Steven Parker, a me non puoi nascondere nulla e lo sai.»

«Io non ho niente da nascondere, voglio solo stare qualche minuto in solitudine prima della baldoria di domani, a proposito, tanti auguri!»

«Grazie, tesoro, spero che anche tu possa avere la stessa dose di fortuna che abbiamo avuto io e tuo padre, con la tua Jennifer. Ti aspetto di sotto, non tardare, avrai tutta la notte per ripescare i tuoi ricordi. Ah, c’è una cosa ancora che non ti ho detto di Grace, ieri notte la casa accanto alla sua e divampata in un incendio, i Masters sono andati a dormire in albergo e, per poco, anche la tua amica ci lasciava le penne, per fortuna la pioggia ha dato una mano ai vigili del fuoco, ma si sono presi tutti un bello spavento.» raccontò l’anziana.

«Davvero? La causa del rogo?»

«Non saprei con esattezza, forse una fuga di gas.» accennò la signora Parker uscendo dalla porta.

La notte volò in fretta a suon di bicchieri colmi di birra e chiacchiere lunghe chilometri, ma Steve notò con piacere che i suoi se la passavano bene, malgrado gli acciacchi e gli appuntamenti fissi con il medico di famiglia per tenere a bada la pressione arteriosa e il colesterolo.

La festa per l’anniversario fu graziata da un’allegra giornata di sole, per fortuna, una cinquantina di invitati erano arrivati armati di sorrisi stucchevoli e piccoli doni per commemorare la data più importante dei due festeggiati; in soggiorno, un paio di palloncini bianchi e rosa facevano da sfondo dietro a un’abbondante torta ricoperta di panna adornata con tanto di scritta d’auguri realizzata con un gustosissimo inchiostro di cioccolata.

Le risate e le chiacchiere si protrassero fino al tramonto, momento in cui Steve decise di defilarsi per un po’ dalla ressa per raccogliere i suoi pensieri in garage.

Posò ancora una volta il suo sguardo sopra la vettura che il vecchio Christopher custodiva gelosamente a riparo dalle intemperie e dagli sguardi indiscreti, ne contemplò a lungo le linee dal taglio sportivo, accattivanti e seducenti, sebbene appartenenti ormai ai perduti, intramontabili anni settanta.

Anche laggiù, all’ultimo, finì per non rimanere da solo.

«Ehi, campione, stai ammirando la vecchia belva dentro la sua tana?» esordì il padre, entrando dal portoncino che dava l’accesso fin dentro casa.

«Tieni ancora questa ferraglia qui dentro come un reperto archeologico? Credevo fosse un garage, non un museo!» scherzò suo figlio per stuzzicare il padrone di casa.

«Puoi fare tutte le battute più idiote che riesci a inventare, figliolo, ma sappiamo entrambi quanto siamo legati a questa macchina, se non fossi mio figlio a quest’ora ti avrei già buttato fuori a calci e lo sai bene. Perché non la scopri? Cosa stai fissando, un telo?» commentò Christopher.

I due si avvicinarono al veicolo, lo liberarono dalla cerata e si riempirono entrambi gli occhi di quella visione fatta di metallo e riflessi scintillanti.

«Non è uno spettacolo?» avanzò l’anziano.

«Lo è papà, lo è!» rispose Steven ammaliato.

«I suoi trecento cavalli ruggiscono ancora sai? Dovresti farci un giro. Approfittane finché sei ancora qui, finché il tempo se ne sta buono senza rompere le scatole.» propose il proprietario della macchina, mentre ancora in sottofondo si udivano schiamazzi e risate provenienti dalla festa ormai in procinto di giungere al termine.

«Io… non lo so se sia il caso, domani devo tornare a casa, ho così tanti pensieri in testa.»

«E non è proprio così che ci meditavi sopra, un tempo? Andando su e giù per Simi Valley scorrazzando a bordo di questa meraviglia? Andiamo, levati dalle scatole e portati la mia Chevelle, se non vuoi farlo per te, fallo per lei, stare ferma le fa male alle ossa!»

«Buon anniversario, papà.»

«Grazie di cuore, figliolo.»

Steve salì al posto di guida e provò una sensazione quasi metafisica, accese il motore, il rombo che ne uscì fuori fu così eccitante da scatenargli un’adrenalina che da troppo tempo non aveva trovato il modo di liberare. Innestò una marcia e quando uscì dalla proprietà, si avviò oltre il vialetto sgommando come non faceva da quand’era ragazzo.

Non aveva molto tempo a disposizione, così ne approfittò per fare un giro solo nei posti più importanti che per lui avevano dei significati particolari.

Passò davanti al vecchio stadio comunale dove, in compagnia degli amici, organizzava partite che finivano solo al pari delle forze che li tenevano tutti in piedi. Si fermò qualche breve istante di fronte alla zona industriale abbandonata, su una parete che si ergeva ancora mezza decrepita, intravide un disegno che aveva fatto con la vernice spray all’età di quindici anni. Andò a trovare anche i suoi nonni sepolti al cimitero, gli unici della famiglia Parker che videro in faccia gli orrori della guerra. Poi, il sole finì di illuminare ogni stradina di Simi Valley e quando decise di fare ritorno a casa, approfittando degli ultimi bagliori del tramonto, si ritrovò a transitare davanti alla casa dei Masters che ancora emetteva languide fumate nere a causa dell’incendio avvenuto la notte precedente. Parcheggiò ai bordi della strada di fronte, sotto il viale alberato, spense il motore e rimase a guardare quello spettacolo di cenere poggiando i gomiti sul tettuccio della macchina, quando inaspettatamente…

«Conosco quest’auto, sebbene siano più di quindici anni che non la vedo più parcheggiata proprio davanti casa mia.»

«Grace?»

«Proprio io.»

«Mi dispiace, io sono passato di qui per caso, non…»

«Perché ti scusi? Stavi fissando la casa dei Masters, giusto? Mica la mia?»

«Esatto.»

«I tuoi ti hanno raccontato del rogo di ieri notte?»

«Proprio così.»

«Capisco. Ti trovo bene, Steve Parker, stai invecchiando come il vino buono.»

«Grazie, ma io non sono del tuo stesso avviso.»

«A nessuno piacciono i segni che lascia il tempo, perché non entri in casa, ti offro da bere.»

«Io, no, devo tornare a casa…»

«Andiamo? Cos’hai? Dodici anni? Vieni, ti faccio strada, non preoccuparti della macchina, ormai questo è diventato un quartiere tranquillo, forse anche troppo.»

La donna era tornata a casa subito dopo il lavoro, nessuno dei due si aspettava di incontrare l’altro proprio quel giorno. Steve apparve subito colto alla sprovvista, alla stregua di un uomo disarmato che si era recato in un posto per affrontare sparatoria che non aveva messo in conto, Grace, dal canto suo, pareva piacevolmente sorpresa, anche se non era propriamente in vena di scomodare i fuochi d’artificio che teneva in cantina per i festeggiamenti di fine anno.

«Allora, come stanno i tuoi genitori?» chiese lei, offrendo al suo vecchio amico d’infanzia una bibita ghiacciata, pregandolo di accomodarsi attorno al tavolo in cucina.

«Stanno bene, mi hanno detto di tuo padre, mi dispiace.» si espresse Steve, rattristito.

«Ormai sono passati sei anni, Dio l’abbia in gloria, ora gestisco io il suo negozio, è l’unica cosa buona che mi ha lasciato prima di andarsene.»

«Caspita… e tua madre?»

«Abita da sola in un buco non lontano da qui, non ne ha voluto saperne di andare a vivere in clinica e adesso non passa giorno che non immagini il telefono squillare per ricevere un’altra spiacevole notizia.»

«Ah, tuo marito dov’è?» Domandò Parker ingenuamente.

«Marito? E chi si è mai sposata? Vedi anelli attorno alle mie dita, per caso?»

«Ma come? Non ti sei mai sposata? Nemmeno una volta?»

«No, mai. Io non sono andata a Los Angeles per studiare fisioterapia, nossignore, sono dovuta rimanere in questo buco di città e sai una cosa? A volte mi sento proprio circondata da stronzi patentati e ottusi campagnoli dal cervello pieno solo di abbondante ignoranza pressata a forza nella calotta cranica. Leggo molti libri, sai?»

«Vuoi dirmi che in tutto questo tempo, non hai trovato nessuno all’altezza delle tue aspettative?»

«Una cosa del genere, più o meno. Avevo un fidanzatino una volta… ma… poi se n’è andato.»

«Ti prego, Grace, non fami pentire di essere entrato.»

«Tu piuttosto, come te la passi? Raccontami qualcosa, prima di sparire per altri quindici anni.» chiese la donna.

«Beh… faccio il fisioterapista, come ben sai, ho uno studio medico piuttosto importante adesso, da me vengono giocatori di baseball, belle attrici, qualche cantante, ma anche gente normale, sai… giudici, architetti, un paio di imprenditori, gente così, insomma.»

«Certo, proprio gli ultimi della piramide sociale, in altre parole, sono contenta per te, rallegramenti. E adesso, come sei messo? Sei sposato, divorziato?»

«Sono felicemente sposato con una chiropratica, tanto per non discostarmi troppo dal ramo, eh… ci siamo conosciuti a un convegno di medicina e ora viviamo insieme con due bambini piccoli.» raccontò l’uomo.

«Oh, maschi o femmine?»

«Ho due femminucce, già, praticamente sono in minoranza in casa, ma va bene lo stesso.»

«Il ritratto della famiglia felice, a quanto pare.» Sospirò la donna. «Cosa ti ha portato di nuovo da queste parti, Steve? Mi sembra di avere davanti un fantasma.» ammise Grace guardandolo dritto negli occhi.

«I miei hanno voluto dare una piccola festa per il loro quarantesimo anniversario di matrimonio, avevo un paio di giorni liberi e così ne ho approfittato per staccare un po’ la spina per venirli a trovare, non ci saranno per sempre e chissà, se un giorno, dovrò ritornare a causa di una delle spiacevoli telefonate di cui accennavi poc’anzi.»

«E la tua famiglia? Perché non è venuta?»

«Sai com’è la vita di città. No, forse non lo sai. Comunque, lei non poteva staccare dal lavoro, i bambini hanno la scuola, chissà… magari più in là ci prenderemo una vera vacanza tutti insieme per andare a Long Beach.»

«Capisco, che macchina guidi adesso? Di sicuro, non la tua vecchia Chevelle, sai, ogni tanto mi capita di vederla in giro qualche volta, tuo padre la usa solo di domenica per andarci a passeggio, di solito usa il furgoncino durante la settimana.»

«Davvero? Pensavo la tenesse come cimelio dentro il suo garage. No, guido un suv adesso e Jennifer ha una station wagon. Direi che siamo proprio cresciuti.»

«Quando entra nel mio negozio, mi sembra di vedere te, vi assomigliate molto, anche se hai preso il naso di tua madre, ma gli occhi e lo sguardo sono praticamente identici. Ah! Se la gente sapesse la storia di quella macchina, dovresti farci scrivere un libro, ci pensi?»

«Già, mio padre la comprò appena uscita dalla Chevrolet che profumava ancora di interni nuovi di zecca, la usò per portarci in giro mia mamma e fu tra quei sedili che venni concepito.»

«E poi tu la usasti per portarci a spasso me, quando compisti sedici anni, ti ricordi quel promontorio dove mi portavi sempre sul quale si poteva vedere tutta quanta la città?»

«Sì, me lo ricordo così bene che ci sono ripassato giusto un quarto d’ora fa.»

«Chissà quante cheerleader del campus ci avrai portato fin lassù,» disse Grace imbronciata «Simi Valley sembrava una metropoli a quei tempi, oggi non è altro che una borgata semideserta, che noia!»

«Avresti dovuto fare qualcosa anche tu, andare via, trovare la tua strada, legarti a qualcuno.»

«C’è chi va e chi resta, io ero legata a te, Steve, ai tuoi profondi occhi azzurri, solo che non te l’ho mai detto. Ho pianto insieme a te nei momenti più tristi, ho riso con te quando c’era da stare allegri, e ti ho dato una spalla su cui poggiarti, quanto ti sentivi a pezzi dopo una storia d’amore finita male. Speravo sempre, dentro di me, che prima o poi ti facessi avanti, che ti rendessi conto che ero io la donna giusta per te, ma tu eri così esigente, ambizioso, certe volte anche spavaldo e istintivo, crescevi più in fretta di me con tutti gli impegni in cui ti buttavi a capofitto e, a un certo punto, non sono più riuscita a tenere il passo. Speravo che il college fosse soltanto una situazione transitoria, che avresti fatto retromarcia e saresti tornato di nuovo tra le mie braccia per andare a vivere insieme in qualche appartamento del centro, ma un paio di lettere dopo ho cominciato a sentire odore di altre ragazze al tuo fianco e non ho più trovato la forza di scrivere altre lettere.»

«Grace, io non so che dire. Ormai i giochi sono fatti, è inutile ripensare al passato. Prova a contattare un paio dei nostri vecchi amici, fatti invitare a qualche festa, vedrai che magari farai nuove amicizie, ti svagherai un po’.»

«Sono tutti sposati, Steve, mi sentirei come un pesce fuor d’acqua o, peggio ancora, come la zitella sfigata che sono in realtà.»

«Non devi dire così, oggi una donna della tua età è ancora nel fiore degli anni, devi solo uscire e imbucarti in qualche posto carino e di classe.»

«Ma dove? A Simi Valley? Ah! Si vede che manchi da un bel pezzo, accidenti Steve, Los Angeles è a un’ora da qui, non potevi fare una capatina una volta ogni tanto, Cristo Santo!»

«Non fare così, ti prego, è già abbastanza imbarazzante stare qui dentro a bere una limonata, anzi, sai cosa ti dico, è meglio che vada, si è fatto tardi!»

Steven si alzò maldestramente, sobbalzando come un razzo in procinto di andare sulla Luna. Aveva accettato l’invito a entrare solo per non apparire sgarbato in nome di una vecchia amicizia, ma non sapeva, in realtà, cosa lo aspettasse davvero e non era di certo pronto a schiantarsi di fronte a tutte le emozioni represse che Grace aveva serbato lungo tutti quegli anni passati in solitudine, in una cittadina sempre più povera di abitanti e, in generale, di vita.

«Aspetta, ti prego, non andare via!» urlò la sua amica, afferrandolo per un polso proprio sopra la soglia di casa.

«Cosa c’è? Cos’è che vuoi?»

«Dammi solo un bacio, un bacio d’addio, quello che da sempre ho aspettato di ricevere e che non mi hai mai dato!»

«Mi dispiace, Grace. È vero, forse sono venuto qui anche per prendermi una breve pausa dal mio matrimonio, ma io amo Jennifer e non le farei mai niente che possa ferirla.»

«Ma lei non lo saprà mai!»

«È così che si comincia e poi finisce sempre con una famiglia sfasciata. Sono un uomo sposato, fattene una ragione!» disse Parker, camminando a passo svelto verso la sua macchina.

«Steve, io ti amo! Ti ho sempre amato, non lo capisci?» Gridò disperata.

Lo specialista assunse un atteggiamento schivo, sapeva di correre dei rischi passando lungo Alamo Street, ma non aveva immaginato di poter assistere una scenata del genere. Ancora una volta, la Chevelle squarciò il silenzio avvilente che si perpetrava lungo le strade di periferia, lasciandosi alle spalle quella donna impazzita che gli urlava contro minacce infelici se avrebbe messo nuovamente piede in quei paraggi.

Ripose la sua vecchia gloria in garage, suo padre avrebbe pensato più avanti a lucidarla e ricoprirla, pronta per l’ennesima uscita domenicale. Salutò gli anziani genitori a tarda sera e un’ora e mezza dopo, si ritrovò tra le braccia della moglie circondato dalle sue bambine.

«Com’è andata la festa, amore?» chiese Jennifer.

«Un vero incubo, tesoro.» rispose Steve, sollevato.

«Ah, quasi dimenticavo, poco fa ha chiamato una signora, dice di voler fissare un appuntamento con te giù allo studio.»

«Davvero? E chi è?»

«Non lo so, ha detto di chiamarsi Grace.»

Non è difficile immaginare i guai che da lì a qualche giorno dopo Steve si ritrovò costretto a imbattersi, nonostante si fosse comportato in maniera integerrima di fronte alle avance dell’antica amica d’infanzia. A volte, non è conveniente svegliare il passato dal suo sonno. Un mese più tardi, le cronache dei giornali di Los Angeles riportarono la notizia di un tragico incendio sviluppatosi in circostanze misteriose in un appartamento privato di un noto fisioterapista, il ritrovamento di tre cadaveri carbonizzati ha fatto sì che la polizia aprisse un’inchiesta.


Vi è piaciuto questo racconto? Qui potete leggere gratuitamente altri racconti dello scrittore Gero Marino

13153430_1828204197411383_1049826915_n (2)Gero Marino è nato e cresciuto in Sicilia, originario della stessa città natale di Andrea Camilleri.
Classe 1980 con diploma commerciale e alle spalle una lunga carriera da dipendente, è appassionato di fantascienza, racconti distopici, realtà alternative, scenari apocalittici, misteri e archeologia eretica, coltiva la passione per la scrittura districandosi tra opere in self publishing,il proprio blog e i social network.

Sito internet Gero Marino


Questi racconti fanno parte della raccolta GOCCE DI PAROLE di Gero Marino, aquistabile a € 0,99  cliccando qui. Si tratta di una piccola raccolta variegata che contiene un numero in continua evoluzione di storie e sketch che spaziano dall’horror, al romantico, al noir ecc.


Ogni domenica troverai gratis un racconto di Gero Marino da leggere su scritto.io…non perdere il prossimo appuntamento!

One thought on “CHI VA E CHI RESTA

Lascia una risposta