Recensione IL BIVIO di Arrigo Geroli

Recensione IL BIVIO di Arrigo Geroli

Recensione IL BIVIO di Arrigo Geroli

Recensione IL BIVIO di Arrigo Geroli

Il bivio di Arrigo Geroli
Recensione di Pasquale Braschi

“Qualcosa di invisibile mi scivola lentamente in gola ostruendo la faringe, ma sono uno che manda giù tutto. Tutto. Così non muoio” (pag. 3). Un incipit che dà una prima idea di ‘bivio’: la vita e la morte.

Con Il bivio (Lettere Animate, 2015, pp. 100, euro 10) Arrigo Geroli ci trascina in una realtà animata da ‘personaggi in cerca d’autore’, ossessionati dal bisogno di amare e di essere amati, dal pregiudizio e dalla solitudine. La trama si snoda su due piani narrativi: uno predilige il racconto in prima persona, quello che vede protagonista Achille, voce narrante; uno quello in terza persona, i capitoli in cui si narra la storia di Christian e della sua ricerca di Angelina, scomparsa misteriosamente.
Di cose da ingoiare Achille ne avrà, tra cui la separazione dalla moglie, la relazione con Jenny, la paura di essere tradito, anche dagli amici. Alla narrazione di Achille si contrappone quella di Christian, spostando l’ambientazione da Milano a Bruxelles, passando per Lione. Dopo la morte prematura della moglie Christian si ritrova a fare i conti con rimorsi e rimpianti, ma il tempo non potrà curare le sue ferite perché “Tutto il male che era venuto dopo non era imputabile a nessun altro se non a lui” (pag. 36).
Due uomini, due vite quasi simili, accomunati da una certezza “Io e te non siamo poi così diversi: abbiamo distrutto l’esistenza all’amore della nostra vita, rifiutandoci di vedere come stavano realmente le cose” (pag. 98). Una dichiarazione nella quale è possibile ravvisare il senso della poetica dell’Autore, in quanto i suoi personaggi sono, al tempo stesso, vittime e carnefici della dualità umana. E tutto lascia pensare che quel ‘male di vivere’ che scorre tra le righe altro non sia che l’incapacità di dare un senso alla vita.
Come un regista, Geroli tenta di comprendere la realtà per cambiarla, trasformando i personaggi in attori di se stessi o di altro da sé, “Forse ci troviamo su un palco e non lo so. Stai attenta, Jenny, perché c’è della gente che sta giudicando il nostro esercizio d’improvvisazione e ride di noi” (pag. 49). A dispetto dell’armonia, il mondo è immerso nel caos e andando oltre l’apparente verità “Lo spettacolo ricomincia. È inutile… tutto inutile” (pag. 51). Due storie che, come le strade, si incroceranno al bivio fondendosi e confondendo anche il lettore più attento.
Un romanzo introspettivo che predilige un linguaggio semplice e immediato, caratterizzato da uno stile schietto, rabbioso e mai banale. Un libro da leggere tutto d’un fiato.


10398048_420196928179986_8823668899121517855_nCiao, mi chiamo Pasquale, sono nato nel 1970 a Cerignola e sono un drogato di libri. Infatti, sin dall’età prescolare, i libri sono entrati nella mia vita con tutta la magia delle storie di carta. Due sono i titoli che ricordo sempre con particolare affetto: Biancaneve e i sette nani, preferito ai giocattoli quando avevo cinque anni, e Madame Bovary, acquistato in edicola con i soldi della paghetta settimanale all’età di quattordici anni. I libri mi hanno accompagnato durante gli anni del liceo, dell’università e del lavoro svolto per dodici anni nella Biblioteca comunale della mia città. Terminata l’esperienza di bibliotecario, ho continuato a farmi di libri. Nel 2009 è stato pubblicato il mio primo libro di racconti. Un libro galeotto, così l’ho definito, che ha favorito l’incontro con alcune associazioni culturali. Da allora non ho più smesso di promuovere la lettura e i libri anche come oggetti. Un giorno un giornalista mi ha chiesto: «Ma lei come si definisce scrittore o lettore?» Indovinate che cosa gli ho risposto? “Sono un lettore con vizio di scrittura!”

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La rubrica di Pasquale Braschi torna martedì…alla prossima!

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