una settimana in rosa

UNA SETTIMANA IN ROSA di Arianna Raimondi

In città, tutti temevano Jacob. Era un uomo avaro e crudele che traeva soddisfazione dalle disgrazie altrui.

“Cuore di ghiaccio”, ecco come lo chiamavano tutti, e se per caso vedevano Jacob passare lungo il loro cammino cercavano di ignorarlo, o cambiavano strada se possibile.

Era un uomo di bell’aspetto: alto, capelli mori e ricci, qualche segno di barba in crescita e uno sguardo profondo e penetrante, come se potesse vedere dritto fino al tuo cuore. Lo stesso non si poteva dire del suo carattere, che, superficiale e cattivo com’era, annullava il piacere del suo bell’aspetto.

Quando Jacob era solo un bambino, tutto era diverso: il suo cuore era puro come quello di un angelo e con il suo sorriso illuminava le giornate di chiunque avesse la fortuna di vederlo. Era un bambino talmente altruista  che il suo unico desiderio era quello di poter cambiare il mondo ed aiutare i bisognosi.

A cinque anni, Jacob scrisse la sua prima letterina per Babbo Natale:

“Caro Babbo Natale,

Mi hanno detto che tu sei in grado di fare grandi cose, e che il tuo cuore è puro. Anche il mio lo è. Perciò, per questo Natale voglio che tu faccia qualcosa per me: io ho già tutto quello che desidero, ma vorrei che per un giorno il mondo fosse migliore e che tutti fossero felici e gentili.”

Quando Linda, sua madre, lesse quella lettera, si abbandonò in un pianto di gioia: “mio figlio è davvero meraviglioso” pensò “sono proprio fiera di lui!“. Lo aveva cresciuto da sola cercando di non fargli mai mancare nulla, e quella lettera per lei era la conferma del suo successo e del fatto di aver dato vita ad una creatura eccezionale;  purtroppo però, col passare del tempo, dovette rimangiarsi quelle parole.

A sedici anni, infatti, si trasformò nel classico ragazzo ribelle passando interi pomeriggi fuori casa con un gruppo di ragazzini che lo influenzavano negativamente: in loro compagnia cominciò a rubare nei negozi, a bere come una spugna e i suoi voti scolastici calarono drasticamente.

Tutto incominciò quando entrarono in un negozio di videogiochi, ed il capogruppo si avvicinò a lui dicendogli: -Metti questi nello zaino!-

-Sei pazzo? E se qualcuno si accorge?- disse Jacob spaventato

-No tranquillo non si accorge nessuno!-

-Perché non li prendi tu?-

-Perché io non ho lo zaino! Muoviti nascondili! O preferisci per caso essere chiamato fifone?-

-Io non sono un fifone!- disse Jacob

-Allora dimostramelo! E mi raccomando: fai esattamente come ti dico, altrimenti per te ci saranno conseguenze serie!-

-Va bene- rispose lui riluttante.

Prese i videogiochi e li nascose controvoglia. Più si avvicinava alla porta, più cresceva la sua ansia.

“Calmati!” si ordinò “non ti possono fare niente!”, ma la sua ansia continuava a crescere dentro di lui.

Alla fine riuscirono ad uscire tranquillamente dal negozio senza esser fermati, e a Jacob sembrò tutto fin troppo semplice.

-Non ci credo! Nessuno si è accorto di niente! È stato fantastico!- disse entusiasta.

-Certo, credevi il contrario? Questo è tuo, te lo sei meritato- disse il capogruppo porgendogli uno dei dischi come ricompensa.

Da quel momento Jacob cominciò a cambiare, e qualche mese in loro compagnia bastò per seppellire negli abissi del suo cuore il suo animo gentile.

Linda, dal canto suo, cercava di reindirizzarlo sulla retta via, ma l’impresa non le risultava per niente facile. Ogni giorno gli ripeteva che doveva essere un bravo ragazzo e che doveva impegnarsi a scuola per migliorare il suo futuro, ma le loro conversazioni, il più delle volte,  diventavano lunghissime litigate, e Jacob le rispondeva sempre con la stessa frase: -Mamma, tu non capisci! Nessun ragazzo ormai si impegna più a scuola! Nessuno aiuta le persone, e nessuno regala oggetti a chi ne ha bisogno! La vita è cambiata, la cosa più importante, oggi, è essere popolari!-

Ogni volta, quelle parole erano come un coltello nel cuore di Linda.

Quando Jacob terminò gli studi la madre poté tirare finalmente un respiro di sollievo poiché smise di frequentare quei suoi vecchi amici e cominciò a lavorare per comprarsi la sua prima macchina.

Lo sapevo che prima o poi il mio bambino sarebbe maturato” si ripeteva di tanto in tanto Linda; purtroppo però non poteva prevedere che, non appena comprata la macchina, suo figlio si sarebbe messo alla guida in stato di ebbrezza e che avrebbe investito un bambino, dovendo di conseguenza passare i seguenti sei anni in carcere.

In principio sembrava che vivere per un certo periodo in una gabbia gli facesse bene: passava le giornate in solitudine; le sue notti erano assalite dagli incubi, e le mattine dai rimorsi: sembrava aver compreso la gravità della situazione.

La madre andava a trovarlo spesso poiché si preoccupava della sua anima. Lei gli parlava di ciò che succedeva in città; gli ripeteva che poteva ancora diventare un bravo ragazzo e che avrebbe rimediato ai suoi errori dopo aver scontato la sua pena; lui rimaneva sempre in silenzio e non le rispondeva mai. Finché un giorno, durante una di quelle visite, Jacob si decise a parlare.

-Io non merito compassione, mamma- le disse

-Tutti meritiamo seconde opportunità tesoro! Hai sbagliato, ma puoi sempre rimediare-

-No! Io ho investito un bambino! Ogni notte sogno il suo fantasma che mi perseguita perché gli ho impedito di crescere!-

La madre scoppiò in un sorriso.

-Ti senti in colpa, è normale! Ma quel bambino fortunatamente è ancora vivo! E tu non gli hai impedito di crescere!- cercò di consolarlo la madre.

– È ancora vivo?- Jacob sembrava scioccato

– Sì, non lo sapevi? Sono andata spesso a trovare la sua famiglia per aiutarli. È rimasto in ospedale per un po’, ma ora sta bene. Quel bambino non ti odia, e i suoi genitori ti hanno perdonato!-

Da quel momento Jacob smise di ascoltare o parlare. Lo avevano perdonato; si trovava in prigione a dover scontare per anni una pena senza nessun motivo. Da quel momento il suo corpo incominciò a far posto alla sua vecchia rabbia e alla superficialità che lo avevano accompagnato nell’ultimo periodo della sua vita.

A ventotto anni tornò a casa in libertà, ma continuò a condurre una vita da furfante e imbroglione.

Due anni dopo la madre cadde in depressione, e morì quello successivo.

Nemmeno la morte dell’unica persone importante nella sua vita riuscì a salvarlo da quell’orribile esistenza.

Così i giorni passavano e Jacob continuava a vivere nella più completa solitudine, passando le mattinate fuori città e i pomeriggi nei peggiori bar, oppure al parco dove poteva dar sfogo al suo più grande divertimento: far piangere i bambini che giocavano allegramente.

Nonostante fosse ricco, non spendeva mai niente né per sé, e né per gli altri. Comunque, chi lo conosceva non aveva dubbi sulla provenienza di tanta ricchezza: erano fonte di guadagno di innumerevoli frodi.

La monotonia delle sue giornate veniva spezzata soltanto una o due volte l’anno: i momenti in cui si recava al cimitero per rimanere in piedi per ore  a fissare la tomba di sua madre.

In una di quelle occasioni lo incontrai per la prima volta.


Estratto dell’antologia denominata: “Una settimana in rosa” di Arianna Raimondi.

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