COP.eb.il sole scuro

Sfogliamo qualche pagina de…Il sole scuro di Irene Barbagallo.

Il sole scuro.
«Mi chiamo Stefano. E tu?».
«Giada».
I piccoli sorsi scendono come affluenti di lava che la raggiungono ovunque, fili intessuti di una ragnatela che si espande. Stefano riempie i calici due, tre, quattro volte. Continuano a ballare con i cristalli tra le mani che si scontrano. Anche i loro corpi si scontrano, si toccano, sempre più vicini. Poi lui la spinge verso i ragazzi che stanno fumando.
«Siediti qui, vicino a me».
Gli altri fanno spazio e l’aria si svuota di dettagli, di immagini, diventa chiara e brillante. Le passano la canna e lei li imita, come un bambino che impara a fare una cosa nuova. La testa le gira, dalla pancia sale un rigurgito allegro, lo deglutisce, continua quel gioco che sembra una partita a carte. Senza banco. Nessuno che decida per lei, che la comandi. Sente la testa vuota e si lascia prendere la mano. Il ragazzo la tira dietro di sé.

C’è un lungo corridoio con tante porte aperte. Guarda dentro, sceglie, la fa entrare e richiude senza fare rumore. La bacia sul collo. Quante volte ha visto suo padre baciare la madre sul collo. La prendeva da dietro, mentre lei era indaffarata con le stoviglie da lavare, le stringeva la vita, le dava tanti piccoli baci sulla nuca e ai lati. Lei rideva, si girava di scatto e gli spruzzava l’acqua addosso. Allora lui le mordeva il lobo di un orecchio. Di notte sentiva il loro letto che oscillava, il fruscio delle lenzuola, i ti amo. Poi silenzio, quando si addormentavano e al mattino continuavano a strusciarsi e si davano pizzicotti sulle braccia. È un ricordo confuso, ha una nebbia nel cervello, la pelle scotta. Non sa come, si ritrova sul grande letto con la coperta a fiori rossi e gialli, i colori che lei e sua madre non vedono più. Ora lui la bacia in bocca e Giada nemmeno sa come si fa. L’unico bacio lo ha dato in prima liceo, al fratello di una che aveva conosciuto per caso in biblioteca, dove andava a leggere i libri con le poesie dei contemporanei, a volte li prendeva in prestito. Un pomeriggio era andata a casa sua, per scambiarseli, ma non l’aveva trovata. C’era solo il fratello più grande, diciannove anni, che lei aveva visto un paio di volte. Un bel ragazzo palestrato, i capelli lunghi e spettinati, le spalle larghe, la maglietta nera sul ventre scolpito. Una coca-cola, qualche parola buttata qua e là e lui che si avvicina e mette la bocca sulla sua. Lo scontro delle lingue. La sua che sta ferma, l’altra che gira e succhia vorace.
È al centro del letto, con le gambe che penzolano oltre il bordo e Stefano le abbassa le bretelline, lecca l’inizio dei piccoli seni, esplora sotto la maglietta, accarezza la pelle sotto il reggiseno, i fianchi. Poi scende, infila una mano sotto la cintura della gonna.
«Che cazzo è …».
Sente il ruvido intorno all’ombelico e lei sta lì, ferma, con le mutandine che cominciano a bagnarsi.
Dai vetri senza tende entra la luce lattiginosa dei neon dei negozi. Un lampione a pochi metri di distanza rischiara la stanza come all’ora del primo tramonto. Lui vede i tagli, si ferma, la guarda cercando di capire. Ma ormai è eccitato, la cosa dura e piena preme contro di lei. La penetra con difficoltà, deve spingere più volte. È una vittoria sverginare una ragazza, sapere di essere stato il primo. Lei non prova piacere, non capisce che cosa stia succedendo. Ha sentito male, ma il dolore le è amico, la consola, la fa vivere. È instabile quando si alza, dopo di lui, e ancora la testa le gira, e la vodka che sale è voglia di vomitare. La gonna è sporca di sangue e ha riparato il copriletto. Giada osserva quelle macchioline rosse. Pensa che dovrà andare in bagno, lavare quel pezzo di stoffa, asciugarlo con il phon.
«È un po’ di sangue, ma tu ci sei abituata. No? Ti aspetto di là, balliamo ancora. Ti va?» domanda, sicuro che lei dirà di sì, ed esce abbottonandosi la camicia.


 

Estratto del romanzo IL SOLE SCURO di Irene Barbagallo, pubblicato dalla 0111 Edizioni il 27 febbraio 2015.

il sole scuro

 

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