ilaria pasqua

Due estratti da due libri di Ilaria Pasqua.

Ilaria Pasqua è l’autrice di questi due libri. Leggiamo insieme degli estratti.
Il primo è tratto da “Il giardino degli aranci – Il mondo di nebbia”:
Capitolo 1È la paura che li tiene legati qui.“È solo la paura. Non siamo noi” disse il Primo Sacerdote mentre osservava dall’alto le lunghe mura che circondavano quella città incantata.

“La nostra stessa paura” aggiunsero gli altri quattro all’unisono, nascosti nei loro mantelli. Una lieve brezza agitava i tessuti che li circondava e li avviluppava, rendendoli prigionieri.

Si sentì una voce, poi due che dicevano: “Non puoi restare, non devi restare.Trova la strada”.

Con questa frase nelle orecchie, Aria aprì gli occhi. Come ogni mattina le mancava il respiro. Quel suo incubo che la assillava da settimane, forse da mesi, ormai aveva perso la cognizione del tempo, non era spaventoso in sé, ma l’atmosfera, così come le sensazioni che emanava, le toglievano il fiato.

Percepiva il buio, appiccicoso e profondo, come se ogni notte, e poi ogni mattina, lei allungasse il collo all’interno di un pozzo scuro e cercasse di scrutare una luce che non c’era. Eppure continuava a cercare, sperando che quel buio si dipanasse, per risolvere quel mistero del suo inconscio. Perché era il suo inconscio, supponeva, che dava vita a quell’incubo.

“Chi altro?” si disse stropicciandosi gli occhi e scalciando con le gambe le coperte dalle lenzuola. Non si alzò per molti minuti, rimase a occhi chiusi in silenzio, calmando il respiro e concentrandosi solo su questo. Sapeva che intorno a lei il suo incubo stava già prendendo forma. Quando li riaprì, trovò vicino ai suoi piedi un procione che fluttuava, una piccola nuvola d’inquietudine. Non capiva ancora perché i suoi incubi assumessero quella ridicola forma.

“Stupido procione” urlò lanciandogli contro le coperte. Aria non riusciva neanche a guardarlo, gli occhi del procione erano due fessure buie e inconsistenti, due caverne in cui temeva di scorgere ogni sua bruttura.

Si alzò dal letto e inciampò in una scarpa che era rimasta in mezzo alla stanza. Davanti al letto, la scrivania era stracolma di libri, fogli, disegni scarabocchiati e altri più complessi. Sulla destra, poco sotto una piccola finestra che si apriva in cima alla parete, vi era una tela appena iniziata, solo uno schizzo nero su un fondo bianco, che non aveva ancora alcun significato.

Aria andò in bagno trascinandosi dietro il suo incubo. Una volta che il suo turbamento assumeva quella forma era impossibile fargliela cambiare. Ogni mattina si ritrovava in compagnia di quel procione, qualunque incubo avesse avuto. Le metteva angoscia essere

seguita da quella nuvola nera, ma non poteva liberarsene, era legato a lei e, con il tempo, non aveva potuto far altro che abituarsi alla sua presenza. Non aveva sentimenti, né vita. Era un prolungamento dei suoi pensieri notturni, nient’altro. Era una parte di lei, elaborata dal suo inconscio.

“Perché dargli peso?” si ripeteva ogni mattina. Eppure sembrava molto più di così, gli altri non se ne accorgevano, ma lei sì.

Gli incubi erano qualcosa di inconsistente e allo stesso tempo di materiale, ogni mattina le sembrava di partorire una nuova inquietante verità, di tagliare a fette la sua mente, le sue ansie, e servirle su un piatto ben visibile a tutti, per poi gettare ogni cosa via. Si sentiva divorata da quelle assenze, un giorno dopo l’altro, ma ancora non l’aveva compreso a fondo.

Era un prolungamento, certo, ma di se stessa, non solo un pensiero, ma un altro braccio, una gamba, una parte della sua carne.

S’infilò nel box doccia colpendo per sbaglio il vetro scorrevole, che oscillò pericolosamente facendo un brutto suono, le accadeva ogni mattina involontariamente, non riusciva mai a ricordare di stare attenta. Si lavò i capelli neri con lo shampoo alla vaniglia, se li asciugò rapidamente e, una volta tornata nella sua stanza, si infilò un paio di jeans e una camicia comoda. Raccolse da terra lo zaino e andò in cucina con passo trascinato.

“Ciao”, salutò con voce fiacca.

“Ciao raggio di sole. Come al solito di buonumore” disse sua madre che aveva già fatto colazione, si era appena infilata una giacca nera pronta per uscire.

“Che ci vuoi fare, non tutti sono mattinieri come te” rispose sedendosi al tavolo e spalmando un generoso strato di marmellata alla fragola su una fetta biscottata.

“Su, tesoro, cerca di sbrigarti”. La madre le piazzò un bel bacio sulla fronte proprio come la ragazza odiava di più.

“Mamma, dai” sbuffò scostandosi.

“Se non ne approfitto quando sei mezza addormentata, quando altro posso farlo?” ridacchiò lei, poi fece segno alla figlia di pulirsi la fronte. “Rossetto” disse, poi sorrise e uscì.

Aria sentì i suoi passi risuonare nel piccolo corridoio che separava la cucina e le altre poche stanze, dalla porta d’ingresso. Infine il rumore secco della porta che si aprì cigolando, e il tentativo della madre di chiuderla delicatamente.

“Le buone maniere non sono di casa” disse Aria ridacchiando, con il suo incubo sempre ben attaccato alla gamba. La mamma neanche si accorge più della sua presenza, pensò lei buttando giù l’ultimo pezzo di fetta biscottata.

Dal frigorifero tirò fuori la bottiglia di latte e scrollò le spalle bevendo a canna. Se avesse preso un bicchiere, avrebbe dovuto lavarlo, per questo preferì bere direttamente dalla bottiglia.

“Figurarsi”, si disse rimettendo il latte al suo posto e chiudendo lo sportello con energia. “Andiamo, fra poco ci sarà il tuo sacrificio”, disse con tono seccato, odiava quel rito mattutino, e ancor più stupido le sembrava mettersi a parlare con quell’animale di fumo. Eppure non riusciva mai ad ignorarlo. Spesso si fermava a fissarlo sperando che quell’essere l’aiutasse a risolvere l’enigma. Quella voce familiare che le diceva di non rimanere lì, non riusciva a identificarla.

Non esiste nient’altro che questo posto, dove altro potrei mai andare? disse lei tentando di dare una reale forma a quella frase.

Perché quella persona continuava ad assillare le sue notti?


Il secondo estratto è tratto da Il nostro gioco (Leucotea Edizioni)

CAPITOLO I

«Corri! Corri!» Urlai a Flaminia che continuava a rallentare, non riuscii a trattenermi, non riuscivo a stare al gioco. Avevo troppa paura che ci prendessero. Poi mi voltai verso mia sorella e vidi il suo volto contratto dai dubbi, la bocca storta come se stesse per piangere. E allora mi fermai e iniziai a ridere a crepapelle, «che faccia scema» le sussurrai alle orecchie stringendo il pacchetto che avevo raccolto dietro il divano, era lì da giorni, «non vuoi vincere? Se non corri lo farò io!» Dissi lasciandola andare, sulla sua faccia comparve di nuovo il sor- riso, strinse i pugnetti e corse non per paura di essere catturata, come facevo io, ma solo per battere suo fratello. Solo per tagliare il traguardo per prima. Ricordo i suoi codini rimbalzarle sulla testa, nostra madre mentre li stringeva con attenzione perché sapeva che in dieci minuti, con la sua esuberanza, avrebbe finito per scioglierli. Ma li faceva comunque, ogni mattina.

Ogni giorno fingeva, compresi solo in quel momento, aveva paura quanto noi eppure sorrideva sempre. Così feci lo stesso anche io e continuai ad incitare mia sorella col sorriso sulle labbra.

Era il 16 ottobre del 1943, il giorno preciso in cui la mia famiglia venne distrutta.

Non sapevo bene dove portarla, ma dovevo proteggerla. Fuori dal ghetto non conoscevamo quasi nessuno, e i nostri genitori non avevano mai pensato che le cose sarebbero precipitate in quella maniera. Credevamo che la situazione degli ebrei italiani, romani soprattutto, fosse diversa. Ci eravamo illusi di essere speciali, avevamo l’impressione che ciò che era successo fuori non potesse accadere da noi. La gente, ebrea o meno, alla fine era unita.Avevamo consegnato tutto l’oro che possedevamo e pensavamo di essere al sicuro. I miei, in un certo senso, l’hanno sempre creduto, nonostante avessero paura e si tenessero pronti per ogni evenienza. Nonostante il nostro gioco continuasse sempre, per Flaminia.

«Per Flaminia devo trovarlo, pensa, pensa.» Mi dicevo correndo ancora e non pensando a nient’altro, mentre alcune urla arrivavano ancora alle nostre orecchie, ma Flaminia era presa dall’eccitazione del gioco, e non sentiva nulla.

«Ma qual è la fine? Dove devo arrivare?» Urlò lei ansimando, non avrebbe retto a lungo. Ma ora andava meglio. Eravamo fuori dal ghetto, avevo studiato un tragitto con mamma e papà: dovevo percorrere le strade più strette, quelle più sconosciute dove i camion non potevano arrivare. E soprattutto passare il più lontano possibile dal Portico d’Ottavia, perché se c’era un posto in cui avrebbero radunato le persone, sarebbe stato proprio quello. Ma non eravamo così sicuri che ce l’avremmo fatta, i miei non lo erano, e non l’avrebbero mai saputo.

«Siamo fuori» mormorai e iniziai a rallentare. Flaminia mi superò e saltellò sul posto con tutte le energie di questo mondo, «ho vinto! Ho vinto!» E poi si afflosciò un po’ ma sempre col sorriso sulle labbra.

«Acqua» disse solo, e la accompagnai alla fontanella che sapevo essere all’angolo. Aveva i codini scesi, e per un attimo venni preso dal panico, mi salirono le lacrime ma le ricacciai giù. Tutto ciò che avevamo organizzato era la fuga tra i vicoli del ghetto, nient’altro. Non c’era nessuno ad aspettarci. Nessuno.

Vagammo a testa bassa per alcune ore, attraversando sempre vicoli poco frequentati, e quando sentivo qualcuno passare, schiacciavo Flaminia dietro la prima cosa che mi capitava a tiro. La mammadiceva sempre che i romani non ci avrebbero mai denunciato, piuttosto avrebbero fatto finta di non vederci. «Perché i romani siamo tutti noi.» Roma è nostra, di noi tutti. Lo ripeteva spesso, mentre rammendava i panni, con quell’uovo di legno che trovavo sempre sul tavolo, anche quando non serviva.

Era lo Stato che ci perseguitava, capii molto dopo, non i cittadini. Non erano stati loro a svegliarci, a piombare nelle nostre case dopo averci derubato dell’oro di famiglia. Paghiamo la nostra libertà, ci dicevamo. Ma perché?

Ciavevano fatto credere che sarebbe iniziata una nuova libertà. E, nonostante la paura che non ci abbandonava mai, c’era fiducia, una stupida fiducia. Anche se la nostra città ormai era senza governo, in balia dei tedeschi.

Una cosa che i miei non mi avevano detto, l’avevo fatta. Avevotappato le orecchie di mia sorella poco prima che… perché non potesse sentire la porta di casa che veniva sfondata, gli spari e le urla. Nostre, di noi tutti.

«Bevi.» Dissi spingendola verso la fontanella. Poi pensai che avremmo dovuto trovare una cantina, una di quelle in cui le famiglie tenevano ancora il cibo. Eravamo finiti in uno dei quartieri più ricchi e io ancora mi domandavo se ci fossero altri posti che erano stati colpiti come il nostro.

Dovemmo fermarci alcuni minuti, le gambe mi tremavano. Sentivo ancora i due spari nelle mie orecchie. Il bel gioco organizzato perFlaminia sarebbe sempre stato legato a quella conclusione, a quei due spari. E alla gente che nella piazza cercava di fuggire. Ai bambini che piangevano. Mentre il sole non era ancora alto in cielo. E se fossimo rimasti uniti? Saremmo andati in quei campi che non si sapeva nemmeno se esistevano veramente. Lì avremmo aspettato la fine della guerra, insieme. Lì si aspettava, forse non ci avrebbero dato da mangiare, forse avremmo dovuto lavorare come schiavi, ma saremmo stati insieme. Così pensavo quando feci entrare Flaminia in una cantina buia che le aveva messo i brividi addosso.

«Giochiamo a nascondino, ora» dissi sorridendo, era così piccola che avrebbe creduto anche a questo «mica avrai paura.»

Lei serrò le labbra e gonfiò le guance, «neanche per sogno» disse scuotendo la testa, ed entrò per prima.


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