le chiavi del paradiso

Le chiavi del Paradiso…curiosando tra le pagine.

Le chiavi del paradiso.

Non era mai stato un tipo da smoking. Le formalità, le etichette, le scontate riseghe della società lo lasciavano annoiato e schifato. Ma, infondo, cosa non si fa per amore? Nulla di eclatante. Delle scarpe da sera, quanto di meno sportivo aveva nella scarpiera. Un paio di jeans neri, una camicia ed una giacca. Semplice. Dinanzi un locale, il loro locale, quello in cui avevano passato la maggior parte degli anniversari e dei compleanni. Tutti lo conoscevano all’interno, a partire dal cuoco fino all’ultimo dei camerieri.

-Il solito tavolo? -Si, grazie

Sorrise ebete, annuendo lieve alle parole del cameriere che; sorridendogli, lo accompagnava nello stesso tavolo che usava sedere da cinque anni a questa parte. Prese posto con calma, iniziando a guardarsi attorno. Era in perfetto orario, come quasi sempre. Lei si sarebbe fatta attendere, ritardataria cronica, come sempre.

“Chissà quanto mi farà aspettare oggi. Di solito non scende sotto la mezz’ora. Ma vabbè, fosse per mezz’ora posso aspettare tranquillamente”
Si ripeteva nella testa. Attendendo.

Non ho voglia di raccontarvi la loro storia. Non ho voglia di dirvi quanto abbia sofferto lui e quanto sia stata fredda lei. Non ho voglia di dirvi se e quanto si sono amati. Non ho voglia di scrivere le stesse cose, in chiavi diverse, ogni volta. Erano giovani, troppo, per portare avanti una storia d’amore del genere. Che poi, sinceramente, non potete prendere una storia per vera solo ascoltando una delle due parti. Si sono amati, alla follia. Ma questo lo dico io. Forse dovreste chiedere a lei se è vero. Perché le persone tendono a parlare delle loro storie romanzandole, credendo che emozioni così uniche e strane siano capitate solo a loro nel mondo. Così ogni storia è diversa, ogni storia è magica. Ognuno crede che nessun altro riesca a capire un dolore tanto forte ed opprimente. Poi parli con l’altra faccia della medaglia e lei neanche si ricorda il nome.

“Spero porti i capelli mossi, come al solito. Ed un bel paio di tacchi, calze o no poco mi importa.”

Lei lo eccitava. Lo aveva sempre fatto. Avevano una complicità unica. Erano capaci di fare sconcerie in ogni dove. Macchina, bagni pubblici, cinema. Su una sudicia coperta in un prato all’aperto o un sulla spiaggia. Non era un problema, bastava che la loro carne si unisse e andava tutto bene. Il calore; quel calore, che sentiva quando la sua pelle batteva contro quella dell’amata era qualcosa di fantastico. Una droga ben più potente della merda in commercio, molto più letale di un’intramuscolare di stricnina. Non importava luogo, ora, situazioni avverse o fantomatici impegni sentimentali. Loro erano così.

E sospirava. Sospirava pesantemente, aspettando la sua bella. Tutte le storie d’amore, un giorno o l’altro, finiscono. E non siamo qui a scrivere righe strappalacrime. Siamo qui a scrivere delle briciole di verità, ci accontentiamo. Lui ci aveva unito la pelle, le ossa, il cuore in quella ragazza. E quando lei se ne andò non rimase nulla. Davvero nulla. Un nulla così buio e silenzioso da dar fastidio. Un silenzio talmente rumoroso da essere insopportabile. Tutte le lacrime scese, tutti i pugni dati, tutte le imprecazioni dette e poi rimangiate. Tutto inutile. Quando hai un dolore così forte puoi fare davvero quello che vuoi, non passerà. E non passò mai per lui.

-Hai intenzione di aspettare ancora?

Sono passate tre ore, lei ancora non c’è. Non che avesse davvero creduto che quell’invito a cena sarebbe stato accettato senza battere ciglio. Però ci sperava. Il cameriere mi chiede se ho voglia di aspettare. Che domanda idiota. Avessi due vite a disposizione utilizzerei anche la seconda ad aspettarla. È l’unica capace di aprirmi in due con uno sguardo. Forse l’unica persona capace di spostare la mia tolleranza con il genere umano, portandola da nulla a infinita. Però dovrò abituarmi al fatto che non ci sarà più. Che la sua vita non farà più comunella con la mia. Che la sua voce, i suoi occhi, le sue labbra non avranno più nulla a che vedere con le mie. Dicono che quando ami davvero una persona la lasci libera. Non penso sia vero. Ma si, quando non hai più la forza per reggerti ad una speranza con le unghie e con i denti, purtroppo, ti scivola via. E fai il duro, dicendo che è una tua scelta. Si possono usare tutte le parole del vocabolario, tutte le espressioni lessicali del mondo, eppure, quando un concetto è troppo per la mente umana le parole sono sempre troppo poche. Troppo scialbe. Troppo insignificanti. Vorrei farvi capire cosa si prova ad amare una persona e poi perderla. Non amare come lo intendete voi. Io dico amare veramente. Vorrei esprimermi meglio, ma non ho più parole da scrivere. Voglio solo dirvi che, alla fine, ma davvero alla fine, anche amori così finiscono. Da tutte e due le parti, prima o poi, non per forza in simultanea.

-Hai intenzione di aspettare ancora?

Ancora il cameriere. Il ristorante sta chiudendo, lei non si è presentata. Sorrido lieve, espiro piano. Mi alzo, chiedo scusa per il disturbo, lascio la mancia e vado via.

-No, non l’aspetto più, grazie.


Estratto di un libro scritto da Andrea De Remigis con altri aspiranti scrittori.

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